È questa la novità contenuta nell’accordo appena approvato: Roma Capitale e Comune di Ciampino hanno definito un protocollo che, in caso di grave emergenza sismica, permetterà di allestire un campo di accoglienza nel territorio romano per un massimo di sei mesi.
L’accordo è stato firmato dai due comuni il 26 febbraio scorso, ma reso pubblico solo ieri, 4 marzo.
La novità di oggi: un campo tende “fuori confine”
Il meccanismo è semplice. Se l’emergenza lo richiede, Roma faciliterà l’utilizzo di aree già previste nel proprio piano di Protezione Civile.
Nel testo si fa riferimento al VII Municipio, con una precisazione importante: le aree dovranno essere disponibili e non necessarie per la popolazione romana in quel momento. In caso di sovrapposizioni o criticità, si parla di “valutazione ponderata delle esigenze”.
Sembra di leggere dietro le righe “in caso di emergenza accettiamo a Roma i cittadini di Ciampino, ma solo se c’è posto, altrimenti ci sarà una ‘valutazione ponderata’ che praticamente vuol dire che i ciampinesi resteranno fuori”.
Perché Ciampino guarda a Roma
Una domanda, comunque, è inevitabile: perché un Comune deve cercare spazio altrove per un’emergenza che riguarda i suoi cittadini?
Il documento lo spiega in modo netto. Ciampino ricade in un’area indicata a rischio per emissioni di gas e, in queste condizioni, “non possono essere previste Aree di Emergenza” per accogliere popolazione e soccorritori. In altre parole: nel momento più delicato, non è considerato sicuro concentrare persone e mezzi sul suo territorio.
Quante persone potrebbero averne bisogno
Nel protocollo c’è anche un quadro numerico. Ciampino viene descritta come una città di circa 38mila residenti. In uno scenario di evento sismico significativo, l’ipotesi di lavoro arriva a 2.400–2.500 persone senza casa.
Per loro si stima la necessità di circa 300 tende. E serve spazio, tanto spazio: il totale indicato è di circa 3 ettari considerando tende, mezzi di soccorso, soccorritori e “accessori”.
Le regole: prestito d’uso e limite dei sei mesi
L’accordo non trasferisce proprietà e non “consegna” a Ciampino pezzi di Roma. Meglio specificarlo: le aree restano romane.
L’uso è previsto “in regime di comodato”, quindi un prestito gratuito e temporaneo. La durata deve coprire “il tempo strettamente necessario” e comunque c’è un tetto: “tempo massimo che non dovrà superare i sei mesi”.
C’è poi una tutela scritta nero su bianco: la concessione “non pregiudicherà” i diritti di proprietà di Roma e non imporrà vincoli su future destinazioni d’uso.
Paga tutto Ciampino
Un altro punto decisivo riguarda i costi. L’idea è chiara: la soluzione serve a Ciampino, quindi Ciampino si fa carico delle spese necessarie per studi, progettazione, realizzazione e gestione delle aree di accoglienza.
Il protocollo prevede anche che, a seconda dell’evento, possano entrare in gioco Protezione Civile regionale o nazionale.
Dal lato Roma, la delibera che approva l’intesa mette per iscritto che dall’accordo non derivano oneri contabili e di spesa per l’amministrazione capitolina.
Il “tavolo” e lo studio: il lavoro che parte adesso
La firma non chiude la partita. La apre.
Nel testo si prevede uno Studio di Fattibilità e un “tavolo di lavoro” con i referenti della Protezione Civile dei due enti. L’obiettivo è arrivare a una soluzione concreta e attivabile, con modalità chiare per richiedere l’area in emergenza e con l’uso “esclusivo” come area di emergenza. Sempre con la stessa scadenza: non oltre sei mesi. L’accordo dura 5 anni.
Il protocollo non vale “una volta sola”. È impostato per restare in piedi: è indicato come valido per cinque anni dalla firma, con possibilità di proroga tramite accordo scritto.
I Castelli Romani e la Protezione Civile: un tema che torna spesso
Chi segue la cronaca locale lo sa: la Protezione Civile, nei Castelli Romani, è spesso al centro di piani ed esercitazioni.
Negli ultimi anni si è parlato dell’adozione di nuovi piani comunali di emergenza e di simulazioni sul campo, con prove di evacuazione e allestimento di campi base per testare tempi e coordinamento. In parallelo, alcuni Comuni hanno investito anche su strumenti per comunicare rapidamente con la popolazione, così da diffondere istruzioni chiare nelle fasi più concitate.
Il rischio dei tagli: quando il piano resta sulla carta
Accordi e piani funzionano se dietro ci sono persone, mezzi, formazione e manutenzione. E qui si apre il tema più delicato.
In più occasioni, sul territorio, si è discusso di riduzioni di risorse dedicate alla gestione dell’emergenza, proprio mentre aumentano gli eventi estremi e la pressione sui servizi.
Se i finanziamenti calano, il rischio è concreto: progetti, esercitazioni e strumenti finiscono per rallentare. E un protocollo, da solo, non basta.
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