È questo il cuore della novità che riapre uno dei dossier più delicati degli ultimi mesi a Frascati. Non si tratta, almeno per ora, di una chiusura generale dell’impianto, ma è comunque un colpo pesante.
Da questo momento, infatti, per la struttura viene stoppata la parte autorizzativa legata agli scarichi delle acque reflue industriali e domestiche. E se entro 30 giorni la società non produrrà i documenti richiesti, si andrà verso la revoca vera e propria, che equivarrebbe a un obbligo di chiusura.
Chi ha firmato lo stop
Il provvedimento è una Determinazione dirigenziale della Città Metropolitana, numero RU 1113 del 13 marzo 2026. A firmarlo è Paola Camuccio, dirigente del servizio Ambiente e tutela del territorio.
La stretta non arriva dal Comune di Frascati, ma dall’ente metropolitano. E quindi sposta il caso su un livello più alto e più pesante, perché non riguarda una semplice ‘polemica locale’, ma un atto amministrativo formale che incide sulla vita del centro sportivo.
Cosa prevede davvero lo stop
La parte più chiara dell’atto è anche la più severa.
La Città Metropolitana scrive che “lo scarico” delle acque reflue industriali e domestiche provenienti dall’insediamento “è vietato”.
In altre parole, la struttura non può continuare a operare su quel fronte come se nulla fosse. Se lo scarico venisse mantenuto in esercizio, scatterebbero le sanzioni previste dalla normativa ambientale.
La sospensione, inoltre, potrà essere ritirata solo se la società presenterà entro 30 giorni la documentazione che dimostra di aver rispettato le prescrizioni già imposte anni fa. In caso contrario, l’ente annuncia il passaggio successivo: la revoca dell’autorizzazione.
Perché la Città Metropolitana è intervenuta
Tradotto in modo semplice, il nodo è questo: secondo l’atto, la società non ha ottemperato a due prescrizioni quinquennali che riguardavano le analisi sulle acque reflue. Erano controlli da attivare e documentare.
La Città Metropolitana aveva inviato una diffida il 23 febbraio scorso, ma scrive che non sono arrivati riscontri né osservazioni.
Da qui la conclusione: la mancata osservanza delle prescrizioni potrebbe creare “pericolo per la salute pubblica e per l’ambiente”.
È la frase che spiega il senso politico della decisione. Non una contesa da ufficio, ma il messaggio che, quando entrano in campo ambiente e salute, l’ente provinciale sceglie la linea dura.
Il peso della situazione societaria
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Dentro il provvedimento c’è poi un altro elemento che pesa.
La visura camerale richiamata dalla Città Metropolitana descrive il Centro sportivo come inattivo, con un procedimento di scioglimento e liquidazione in corso e con l’avvio di un iter finalizzato alla cancellazione.
Anche questo contribuisce a dare al caso un profilo ancora più delicato. Perché quando un impianto noto sul territorio finisce stretto tra problemi autorizzativi e fragilità societaria, la vicenda smette di essere solo tecnica, diventa pubblica. E diventa politica.
I prossimi 30 giorni
Il centro sportivo non arriva a questo nuovo stop da una situazione tranquilla. Anzi, negli ultimi mesi si sono alternati via libera, ricorsi, sentenze e ordini di demolizione. A febbraio, il TAR del Lazio ha confermato l’ordine di demolizione per opere ritenute abusive nello stesso centro sportivo.
Adesso il conto alla rovescia è partito. La società ha 30 giorni per presentare la documentazione richiesta e tentare di evitare la revoca dell’autorizzazione. Se non accadrà, la Città Metropolitana ha già chiarito quale sarà il passaggio successivo.
Sullo sfondo resta comunque la possibilità di fare ricorso presso i tribunali amministrativi.
Per Frascati, però, il punto centrale è già qui: uno dei centri sportivi più noti della città è finito di nuovo sotto pressione. E questa volta lo stop non arriva per un cavillo secondario, ma per un atto che mette al centro ambiente, controlli e affidabilità della gestione.
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