Altri 58 ettari di terreno su cui vengono coltivate viti e ulivi verranno convertiti alla coltivazione intensiva di actinidia, ossia di Kiwi.
Le determinazione 199 del del 14 gennaio e G02313 del 17 marzo della Regione Lazio danno infatti il via libera all’espianto di migliaia di viti e di 327 ulivi per far spazio a una coltura molto più “assetata”.
Kiwi, pianta ‘assetata’
La pianta della vite ha un ridotto fabbisogno idrico. Un ettaro di uva assorbe acqua per massimo circa 3.000 metri cubi l’anno per ogni ettaro di coltivazione.
Per quanto riguarda una piantagione di kiwi, riporta il sito www.foodtimes.eu:
“i flussi irrigui stagionali per il kiwi possono raggiungere circa 10.000 – 12.000 m3 ha-1”
In pratica il kiwi ha bisogno di 3 o 4 volte più acqua dell’uva.
Questo cambio di rotta produttivo avviene in un momento drammatico per l’ecosistema dei Colli Albani, con i laghi di Castel Gandolfo e Nemi che registrano livelli minimi storici a causa del progressivo svuotamento delle falde acquifere.
Il progetto: dalle radici dell’ulivo al business dell’actinidia
L’operazione in località Carano, a pochi metri dal carcere veliterno tra il territorio di Velletri e Aprilia.
I due documenti ufficiali autorizzano l’espianto di 271 e 56 piante di olivo per permettere la realizzazione di un gigantesco impianto di kiwi su una superficie complessiva di circa 58 ettari, che sorgerà per la maggior parte al posto di migliaia di viti.

Sebbene la proprietà preveda il reimpianto di un oliveto “semi-intensivo” in aree perimetrali, il baricentro economico e ambientale dell’azienda si sposta definitivamente verso una specie vegetale che, a differenza dell’ulivo, non può sopravvivere senza un apporto idrico massiccio e costante.
Il paradosso dell’irrigazione a goccia e il prelievo dalle falde
Il cuore del problema ambientale risiede proprio nel sistema di mantenimento di queste nuove piantagioni. I moderni impianti a goccia, pur essendo tecnicamente efficienti, richiedono un pescaggio continuo dalle falde sotterranee per soddisfare i cicli biologici del kiwi.
Questa pressione estrattiva agisce come una spugna sulle riserve profonde dei Colli Albani e di Carano.
Mentre l’ulivo è una pianta resiliente che protegge il suolo, l’actinidia impone un prelievo forzato che impoverisce il bacino idrogeologico, sottraendo linfa vitale ai laghi che, per vasi comunicanti, dipendono proprio dalla salute di quelle falde.
Ora non è che una singola piantagione possa alterare il bacino idrico dei Castelli Romani. Il problema è che gli enti preposti dovrebbero cominciare a guidare l’agricoltura verso coltivazioni meno bisognose d’acqua. E questo non sembra proprio stia accadendo.
L’agonia dei laghi Albano e Nemi tra siccità e pozzi agricoli
La crisi idrica dell’area non è più una minaccia ipotetica, ma una realtà visibile a occhio nudo.
Il Lago Albano e Nemi continuano a ritirarsi, lasciando dietro di sé spiagge di fango dove un tempo c’era l’acqua.

Gli esperti concordano: il deficit non è causato solo dalle scarse precipitazioni, ma dal sovraccarico di pozzi che servono colture intensive.
In questo contesto, “autorizzare l’attività di espianto” per inserire varietà così idroesigenti rischia di accelerare un processo di desertificazione che sta già compromettendo l’attrattività e l’equilibrio naturale dei Castelli Romani.
La burocrazia e il destino del paesaggio castellano
Il provvedimento regionale specifica che gli ulivi sacrificati “non figurano come alberi secolari”, un dettaglio tecnico che ha spianato la strada al via libera definitivo. L’atto sottolinea inoltre che l’intervento non ricade in aree sottoposte a vincoli idraulici diretti.
Tuttavia, la lettura puramente amministrativa sembra ignorare l’effetto cumulativo di tali trasformazioni. Sostituire l’argento delle chiome degli ulivi con i tendoni scuri dei kiwi significa legare il futuro del territorio a un consumo d’acqua sempre più difficilmente sostenibile, trasformando un patrimonio paesaggistico in un distretto industriale a rischio siccità.
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