Al referendum costituzionale confermativo si ricorre quando una legge di modifica della Costituzione Italiana viene approvata dal Parlamento con una maggioranza inferiore dei due terzi.
In questi casi, la decisione finale passa ai cittadini. Non si tratta quindi di proporre una nuova legge, ma di confermare o bocciare un testo già votato dalle Camere.
È importante chiarire un punto: in questo tipo di referendum non è previsto il quorum. Questo significa che il risultato è valido indipendentemente dal numero di persone che si recano a votare.
Come si vota
Gli elettori troveranno una sola scheda di colore verde, con una sola domanda dal testo molto tecnico, che spiegheremo nel seguito dell’articolo.
La scelta va fatta apponendo una croce sul quadrato del SI’ o del NO. Qualsiasi altro segno rischia di invalidare il voto.
- Votare SÌ significa approvare la riforma
- Votare NO significa respingerla.
Non è possibile scegliere singole parti della legge. Il voto riguarda l’intero testo.
Come si determina il risultato
Il meccanismo è semplice. Vince l’opzione che ottiene più voti validi.
Non essendoci quorum, anche una bassa affluenza non influisce sulla validità del risultato.
In concreto: se prevalgono i SÌ, la riforma entrerà in vigore; se prevalgono i NO, tutto resterà invariato.
Quando e dove si vota
Le operazioni di voto si svolgeranno in due giornate:
domenica 22 marzo, dalle ore 7 alle 23;
lunedì 23 marzo, dalle ore 7 alle 15.
Si vota nel proprio seggio elettorale, indicato sulla tessera elettorale. È necessario presentarsi con un documento di identità valido e la tessera elettorale.
Cosa si vota: il contenuto della riforma
Il quesito riguarda una riforma dell’ordinamento giudiziario. Il punto su cui si è discusso di più è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
Oggi i magistrati seguono un unico percorso professionale. Possono passare, nel corso della carriera, dalla funzione giudicante a quella requirente, ossia da giudice a pubblico ministero e viceversa, anche se soltanto una volta.
Con la riforma, invece, le due carriere verrebbero separate fin dall’inizio. Chi sceglie di fare il giudice non potrebbe diventare pubblico ministero, e viceversa.
Il testo prevede anche altri importanti cambiamenti:
- la divisione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) in due organi distinti;
- nuove modalità di selezione dei componenti il CSM;
- un diverso sistema disciplinare per i magistrati.
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Queste tre sono modifiche che incidono sull’organizzazione della giustizia e sui rapporti tra i poteri dello Stato e quindi sono in realtà molto più impattanti sul sistema giudiziario rispetto al tema della separazione delle carriere, pertanto le vogliamo approfondire singolarmente.
La divisione del Consiglio Superiore della Magistratura
Oggi esiste un unico Consiglio Superiore della Magistratura che decide sia sulle carriere che sui provvedimenti disciplinari di giudici e pubblici ministeri.
Attualmente, quindi, giudici e pubblici ministeri fanno parte dello stesso sistema. Sono rappresentati nello stesso organo e condividono le stesse regole di gestione.
La riforma introduce una doppia modifica.
Innanzitutto il CSM si occuperebbe solo delle carriere (nomine, trasferimenti e promozioni) mentre i provvedimenti disciplinari sarebbero demandati a un nuovo organo (ne parliamo in seguito).
Il CSM verrebbe inoltre diviso in due organi distinti:
- uno per i giudici;
- uno per i pubblici ministeri.
Ognuno dei due consigli si occuperebbe esclusivamente della propria categoria. Questo significa che i giudici non parteciperebbero più alle decisioni che riguardano i pubblici ministeri, e viceversa.
L’obiettivo dichiarato è rafforzare la separazione tra le due funzioni.
Secondo i sostenitori della riforma, questo renderebbe più chiara la distinzione tra chi giudica e chi accusa.
Chi è contrario ritiene invece che si rischi di indebolire l’unità della magistratura. E che possano nascere due sistemi con equilibri diversi.
Nuove modalità di selezione dei componenti il CSM
Un altro punto centrale riguarda le modalità di selezione dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura.
Il CSM è composta per 2/3 da membri eletti dagli stessi magistrati e per 1/3 di nomina politica. Questa proporzione non viene toccata dalla riforma. Quello che cambia e la modalità di elezione.
I 2/3 di componenti verrebbero scelti mediante sorteggio fra tutti i magistrati di ciascuna carriera (sorteggio “secco”); mentre 1/3 di componenti, quelli non togati (tipo professori universitari di materie giuridiche o avvocati con almeno quindici anni di esercizio) verrebbero sorteggiati in una lista eletta dal Parlamento in seduta comune.
La componente dei magistrati sarebbe dunque totalmente casuale, mentre quella politica sarebbe ristretta tra nomi sorteggiati da una lista decisa dal Parlamento”.
L’obiettivo del legislatore è ridurre il peso delle correnti e delle logiche associative.
Secondo i favorevoli, questo renderebbe il CSM più indipendente.
I critici sostengono invece che il sorteggio possa ridurre la qualità della rappresentanza e la competenza dei membri.
Il nuovo sistema disciplinare per i magistrati
Il terzo elemento riguarda il sistema disciplinare. Oggi i procedimenti nei confronti dei magistrati sono gestiti all’interno dello stesso CSM.
Questo significa che lo stesso organo che governa la carriera dei magistrati si occupa anche di eventuali sanzioni.
La riforma prevede la creazione di un organismo separato. Una “Alta Corte disciplinare” autonoma, distinta dai due CSM.
Questo nuovo organo avrebbe il compito di giudicare i comportamenti dei magistrati e decidere eventuali sanzioni.
L’idea è quella di separare le funzioni. Da una parte la gestione delle carriere, lasciata ai 2 CSM di giudici e pubblici ministeri, dall’altra il controllo disciplinare demandato all’Alta Corte disciplinare.
Secondo i sostenitori, questo sistema garantirebbe maggiore imparzialità. Eviterebbe che chi prende decisioni sulla carriera sia lo stesso che giudica eventuali violazioni.
I critici, invece, temono che si possa creare un organismo troppo distante dalla magistratura. E che questo possa incidere sull’autonomia complessiva del sistema.
Le conseguenze del voto
Il risultato del referendum avrà effetti immediati.
Se vince il SÌ, la riforma diventerà parte della Costituzione. Successivamente saranno necessarie leggi attuative per renderla operativa nei dettagli.
Per i sostenitori del SI’ questa riforma è fondamentale per avere una giustizia più giusta e non permettere alla magistratura di sostituirsi al potere politico.
I sostenitori del NO sostengono che i cittadini vanno a votare una riforma di cui non si conoscono oggi in realtà i veri effetti, che saranno chiari, in caso di vittoria del SI’, soltanto dopo il varo delle successive leggi attuative votate dalla maggioranza. Inoltre da questa riforma il sistema giustizia non avrebbe alcun miglioramento in termini di organizzazione e velocità.
Oltre agli effetti giuridici, il voto ha anche un peso politico. Il risultato può influenzare gli equilibri tra governo e opposizione.
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