È questo il cuore del documento firmato dalla Città Metropolitana di Roma il 25 marzo. Un atto che, preso da solo, può sembrare un passaggio di carte. Letto dentro la storia del sito, invece, racconta molto di più.
Un cambio di mano che resta dentro casa Eni
Il provvedimento metropolitano dispone la voltura dell’autorizzazione ambientale per l’impianto di via della Zoologia 1, a Santa Palomba.
In parole semplici, la titolarità dell’impianto non resta più in capo a Eni S.p.A. ma passa a Eni Industrial Evolution S.p.A, una controllata di E.N.I. spa.
La stessa Determina chiarisce però due punti decisivi: il primo è che Eni Industrial Evolution è una società “interamente partecipata da Eni S.p.A.”; il secondo è che dal 1° gennaio 2026 la nuova società è subentrata nella gestione del deposito, “assumendo la titolarità dell’AUA”, l’autorizzazione ambientale unica.
Non è dunque una vendita a terzi. è un passaggio interno al gruppo. Ma è comunque un passaggio politico e industriale rilevante, perché cambia il soggetto che da oggi tiene in mano il sito sul piano autorizzativo e operativo.
Il punto non è il timbro. È il contesto
Se questo atto fosse isolato, varrebbe poco più di una notizia societaria. Ma il sito di Santa Palomba non è un sito qualsiasi.
La stessa autorizzazione richiamata nel documento riguarda uno scarico di acque industriali trattate con presenza di oli minerali e idrocarburi di origine petrolifera ad alto rischio sversamenti.
E negli ultimi anni il deposito è finito più volte al centro del dibattito pubblico per il rischio di contaminazione delle acque sotterranee e per la vicinanza al campo pozzi Acea Laurentina, che rifornisce di acqua potabile i comuni di Pomezia, Ardea e parte di Roma sud.

Lo stesso Parlamento, in un atto della Camera del 2024 sulla localizzazione del termovalorizzatore, ha richiamato la presenza di idrocarburi nelle acque sotterranee dell’area e l’attivazione di un tavolo tecnico con Comune, Regione, Città Metropolitana, Arpa, Prefettura, Iss, Asl, Acea ed Eni.
La bonifica che continua a inseguire la realtà
Qui sta il punto politico vero.
Mentre il titolo di proprietà del sito passa da una società all’altra, la bonifica continua a dare l’idea di rincorrere un problema mai davvero chiuso.
La stampa locale, in particolare il nostro giornale, ha ricostruito per mesi una vicenda fatta di allarmi, stop tecnici e piani da correggere.
Nell’agosto 2024 il progetto di risanamento proposto da Eni è stato respinto due volte perché Arpa Lazio, Città Metropolitana e Comune di Pomezia avevano espresso pareri negativi.
Nel settembre 2024, avrebbe avuto luogo una presunta bonifica di cinque mesi, per circa 76 mila euro, che poi sembrerebbe essere caduta nel vuoto.
A gennaio 2026, si tornava a parlare di nuovi lavori nel deposito, ma di una bonifica delle falde ancora nulla.
Parliamo di racconti giornalistici, non di sentenze, ma che restituiscono con chiarezza la sensazione pubblica di una vicenda mai davvero chiusa.
Le domande del Parlamento ferme da oltre due anni
Sul caso è arrivata anche un’Interrogazione parlamentare, la n. 4-01067 del senatore Peppe De Cristofaro, pubblicata al Senato il 5 marzo 2024.
L’atto chiede ai ministri dell’Ambiente e della Salute se il quadro di contaminazione dell’area metta a rischio la salute pubblica, come sia stato possibile arrivare a questo punto e se si intenda procedere anche con un “Sin” (cioè se possa diventare un sito inquinato di rilevanza nazionale) e con una bonifica a carico di Eni.
Nella scheda attività del senatore, consultabile sul sito del Senato, per la 4-01067 compare la pubblicazione dell’atto ma non compare, a oggi, alcun rinvio a una “risposta pubblicata nel fascicolo”, formula che invece appare per altre interrogazioni già evase.
In altre parole: il quesito politico è stato posto da oltre due anni, ma ancora non si vede una risposta pubblica ufficiale, almeno sui canali parlamentari consultabili.
Le contestazioni che pesano sul passato del sito
Il clima pesante attorno al deposito non nasce oggi.
Nell’interrogazione del 2024 si ricorda che l’area era già segnata da criticità pregresse e si richiama anche la conclusione, nell’aprile 2023, di indagini del NOE dei Carabinieri sul sito di Santa Palomba.
Sul piano ufficiale, un altro dato pesa: nella relazione della Corte dei conti su Eni S.p.A. relativa all’esercizio 2022 si legge che è in corso un procedimento penale per un “presunto reato di inquinamento colposo della falda idrica” sottostante il deposito di Pomezia, con richiesta di rinvio a giudizio e udienza preliminare fissata.
Questo non equivale a una condanna, ma basta a spiegare perché il cambio di titolarità del sito non possa essere liquidato come un dettaglio amministrativo.
Cosa cambia davvero, e cosa no
Il documento della Città Metropolitana dice che restano “inalterati il tipo di attività, gli impianti tecnologici, il ciclo produttivo ed i materiali utilizzati”.
Dice anche che la società subentrante accetta tutti gli obblighi e tutte le prescrizioni già previste dall’autorizzazione precedente.
Quindi il quadro è questo: cambia il nome del soggetto autorizzato, non cambia l’attività. Cambia la mano che firma, non cambia il peso delle questioni aperte.
E anzi, proprio perché la nuova società subentra nella gestione del deposito e nella titolarità del titolo ambientale, da oggi il tema della responsabilità industriale e del rapporto con il territorio si concentra ancora di più su questo nuovo perimetro societario.
Il vero messaggio politico del documento
Eni, dunque, sposta il deposito di Santa Palomba dentro una sua controllata. Formalmente è una riorganizzazione interna. Sostanzialmente è un segnale.
Il gruppo ridisegna il perimetro societario di un sito delicato mentre intorno restano aperti interrogativi su falda, bonifica, controlli e trasparenza pubblica.
Il rischio, per chi guarda da fuori, è che il cambio di scatola arrivi prima del cambio di passo e che il territorio continui a chiedere la stessa cosa da anni: non una nuova sigla sulla carta, ma risposte chiare sullo stato reale dell’inquinamento e sui tempi veri del risanamento.
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