Per i giudici, dopo anni di controlli e verifiche, restano ancora elementi che giustificano prudenza prima di archiviare tutto.
In particolare, pesa un dato emerso nel 2022: in uno dei punti di monitoraggio era stato rilevato un valore di benzene che superava 5 volte i limiti di legge, quindi ben oltre la soglia consentita.
Per questo, secondo il tribunale, le richieste di ulteriori accertamenti avanzate dagli enti pubblici (Comune di Ciampino e Arpa Lazio) non sono irragionevoli.
Lo scontro tra ENI e Comune di Ciampino
Al centro del caso c’è un ex distributore Agip, gestito da Eni, dove già dal 2003 erano emersi problemi legati alla qualità del sottosuolo e delle acque di falda.
Da allora è partito un lungo percorso tecnico e amministrativo per mettere in sicurezza l’area e verificare se il sito potesse essere considerato non più contaminato.
Nel 2024 Eni aveva presentato un nuovo progetto di bonifica, sostenendo che, sulla base delle analisi svolte, l’area potesse essere ritenuta non contaminata e chiedendo quindi la chiusura del procedimento.
Ma il Comune di Ciampino, dopo avere raccolto i pareri di Arpa Lazio, Città Metropolitana e Regione, ha concluso la conferenza di servizi con un esito negativo.
Quella decisione è stata impugnata da Eni davanti al TAR del Lazio. La società ha sostenuto che il progetto fosse sostanzialmente idoneo e che le richieste ulteriori avanzate dagli enti fossero eccessive, non necessarie e fondate su una lettura troppo rigida dei dati.
La posizione di Eni
Nella sua ricostruzione, Eni ha fatto leva soprattutto su un punto: secondo la società, gli ultimi monitoraggi avrebbero mostrato un quadro rassicurante. L’unica anomalia significativa, quella rilevata nel 2022, non sarebbe più emersa nei controlli successivi.
Proprio per questo, a giudizio dell’azienda, il procedimento avrebbe dovuto chiudersi positivamente.
Eni ha inoltre contestato alcune richieste tecniche contenute nei pareri di Arpa. In particolare, ha ritenuto non giustificata la richiesta di abbassare in modo sensibile i valori-obiettivo di bonifica, di installare una nuova sonda di controllo e di proseguire il monitoraggio per un altro anno.
Secondo la società, si sarebbe trattato di prescrizioni sproporzionate e dilatorie.
Per Eni, insomma, il sito poteva già essere considerato sotto controllo. E il progetto presentato nel 2024, nella lettura dell’azienda, era sufficiente per chiudere una vicenda aperta da oltre vent’anni.
Perché gli enti hanno detto no
La linea degli enti pubblici è stata invece diversa.
A pesare è stato soprattutto il parere di Arpa Lazio, poi condiviso anche dagli altri soggetti coinvolti.
L’Agenzia per l’ambiente ha ritenuto che i valori proposti da Eni per considerare accettabile la situazione fossero troppo alti e non garantissero con sufficiente sicurezza la tutela della falda.
Il dato più sensibile riguarda il benzene. Nel dicembre 2022, in un pozzo vicino al punto di controllo, era stata registrata una concentrazione circa cinque volte superiore alla soglia di legge.
Per Arpa, un elemento del genere non poteva essere archiviato come un episodio irrilevante. Al contrario, doveva spingere ad adottare un criterio più prudente.
Da qui la richiesta di ulteriori verifiche. Non solo un abbassamento dei valori-obiettivo, ma anche l’installazione di almeno una nuova sonda, ritenendo quelle esistenti non abbastanza rappresentative, e un periodo aggiuntivo di monitoraggio di un anno.
In sostanza, gli enti hanno sostenuto che prima di chiudere definitivamente la pratica fosse necessario avere un quadro ancora più solido.
Il ragionamento dei giudici
Il TAR ha dato ragione all’impostazione degli enti.
I giudici hanno spiegato che, in una materia delicata come quella ambientale, le valutazioni tecniche delle autorità competenti non possono essere messe da parte se appaiono logiche e fondate sui dati raccolti.
Nella sentenza si legge che la richiesta di Arpa di adottare criteri più rigorosi “non è affatto irragionevole”, proprio alla luce delle evidenze emerse.
Il tribunale sottolinea che non esisteva un obbligo per l’Agenzia di accettare il metodo semplificato proposto da Eni. Quel metodo, secondo i giudici, poteva essere preso in considerazione solo se condiviso con gli enti di controllo.
Il TAR ha anche ritenuto congrua la richiesta di una nuova sonda e di un ulteriore anno di monitoraggio.
Secondo la sentenza, Arpa ha spiegato in modo chiaro perché alcune sonde fossero collocate in posizioni “marginali” e quindi poco adatte a restituire un’immagine completa della situazione.
Allo stesso modo, un altro anno di controlli è stato considerato coerente con l’esigenza di raccogliere dati più stabili nel tempo.
Nessuna contraddizione decisiva
Uno dei punti sollevati da Eni riguardava anche il tavolo tecnico svolto durante il procedimento.
La società sosteneva che, in quella sede, fossero emerse aperture tali da far pensare a un esito favorevole. Ma il TAR non ha condiviso questa lettura.
Per i giudici il tavolo tecnico serviva a discutere criticità e possibili soluzioni, non a produrre decisioni vincolanti. E soprattutto non c’è stata una vera contraddizione tra quanto emerso in quell’incontro e il successivo parere finale di Arpa.
Anche quando uno dei rappresentanti dell’Agenzia aveva definito il progetto “approvabile”, lo aveva fatto richiamando comunque la necessità di essere “maggiormente prudenti” dopo la criticità emersa nel 2022.
In altre parole, nessun via libera pieno. Piuttosto, una disponibilità a valutare il progetto solo dopo ulteriori passaggi.
Cosa succede adesso
La conseguenza pratica della sentenza è chiara: il procedimento ambientale sull’ex distributore di Ciampino non può considerarsi chiuso.
Eni dovrà quindi confrontarsi ancora con le prescrizioni richieste dagli enti, a partire dai nuovi controlli e dai monitoraggi aggiuntivi.
Il TAR ha anche dichiarato inammissibili i motivi aggiunti presentati dalla società contro una relazione difensiva di Arpa depositata in giudizio. Ma questo resta un aspetto secondario rispetto al cuore della decisione, che riguarda la sostanza della bonifica.
Il messaggio che esce dal verdetto è netto.
Quando si parla di tutela ambientale e qualità delle acque sotterranee, il principio guida resta la cautela.
Anche se i dati più recenti possono apparire rassicuranti, un’anomalia significativa come quella rilevata sul benzene nel 2022, secondo il TAR, giustifica un supplemento di controlli.

























