Al centro della contestazione finisce soprattutto una domanda molto concreta: quanta acqua consumerà davvero l’impianto previsto a Roma-Santa Palomba?
Ricordiamo che siamo proprio sull’ultimo lembo del territorio romano e a ridosso del confine dei comuni di Albano, Ariccia, Castel Gandolfo, Ardea e Pomezia, in pratica sulla falda acquifera dei Castelli Romani.
Un nuovo fronte contro il progetto dell’inceneritore di Roma
Il fronte del ‘No’ all’inceneritore si allarga ancora.
A muoversi sono cittadini, associazioni, comitati territoriali e anche rappresentanti istituzionali. Tra i nomi che spiccano c’è quello dell’ex sindaca di Roma Virginia Raggi, che ha rilanciato pubblicamente l’iniziativa insieme al Movimento 5 Stelle.
Contro il progetto fortemente voluto dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri (PD) si sta formando un blocco di contrasto molto eterogeneo.
Ci sono amministratori locali, realtà civiche, ambientalisti e residenti che vivono nelle aree più vicine al sito individuato. Tutti con sensibilità diverse, ma uniti dallo stesso obiettivo: fermare o almeno rimettere in discussione un impianto considerato troppo impattante per un territorio già fragile.
Il ricorso più particolare è quello sull’acqua
Tra i sei nuovi ricorsi, quello che colpisce di più è senza dubbio il fascicolo presentato al Tribunale superiore delle acque pubbliche.
A firmarlo sono quattro realtà:
- Associazione Salute Ambientale Albano,
- Associazione Pavona per la Tutela della Salute,
- Comitato di Quartiere Roma 2,
- Associazione Latium Vetus di Pomezia.
Il motivo per cui questo ricorso viene guardato con particolare attenzione è semplice: la contestazione non ruota solo attorno all’impatto generale dell’impianto, ma punta su un aspetto molto preciso e molto comprensibile anche per chi non mastica carte e autorizzazioni: il consumo idrico.
Secondo queste associazioni, i numeri dichiarati per il termovalorizzatore non sarebbero quelli reali.
L’impianto, sostengono, non consumerebbe 10 mila litri d’acqua l’ora, ma 30mila litri d’acqua l’ora, tre volte tanto. Una differenza enorme, soprattutto in un’area che da anni convive con una sofferenza idrica sempre più evidente.
I brevetti industriali usati come prova
A rendere questo ricorso ancora più particolare è il tipo di materiale portato davanti ai giudici. Le associazioni sostengono di aver depositato anche brevetti industriali che, a loro dire, dimostrerebbero come un impianto di questo tipo consumi molto più di quanto indicato nel progetto.
La tesi dei ricorrenti è che il termovalorizzatore di Santa Palomba sarebbe sostanzialmente il gemello di un impianto attivo in Irlanda, a Dublino, costruito non a caso da una dei principali partner industriali di Acea a Santa Palomba.

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Proprio dall’analisi dettagliata di questo inceneritore gemello emergerebbe un fabbisogno idrico ben più pesante. Il messaggio, in sostanza, è questo: non stiamo parlando di una divergenza marginale, ma di un dato che potrebbe cambiare del tutto la valutazione sull’equilibrio del territorio.

È questo il cuore vero della contestazione. Non una disputa astratta tra tecnici, ma il timore che un’opera di grandi dimensioni venga collocata in un’area che, già oggi, fatica a reggere la pressione sulle risorse idriche.
Un territorio che da anni soffre la crisi idrica
Il nodo acqua pesa ancora di più perché Santa Palomba si trova in una zona idrica che, secondo cittadini e comitati, vive da 17 anni una crisi idrica gravissima.
Sullo sfondo ci sono i Colli Albani, una falda in sofferenza e la situazione critica dei laghi Albano e di Nemi, spesso indicati come simbolo di un equilibrio ambientale sempre più compromesso.
Per questo i ricorrenti parlano di un progetto incompatibile con il contesto.
Non solo per i consumi dell’impianto, ma anche per le opere accessorie previste. Nel mirino c’è infatti anche il sistema di raccolta delle acque piovane.
Secondo gli oppositori, il vascone di raccolta previsto sarebbe troppo piccolo, descritto polemicamente come poco più di una “vasca Jacuzzi” rispetto alle necessità reali di un impianto di quelle dimensioni destinato a consumare acqua e funzionare per i prossimi 33 anni, 24 ore al giorno, 365 giorni l’anno.
Non basta. A preoccupare è anche il riferimento a quattro pozzi che, sempre secondo cittadini e associazioni, verrebbero utilizzati in una zona già al collasso idrico. Ed è proprio questa somma di elementi a rendere il tema dell’acqua il punto più sensibile dell’intera vicenda.
Gli altri ricorsi: dai Comuni ai comitati, fino ai cittadini
Accanto al ricorso presentato al Tribunale superiore delle acque pubbliche, ci sono poi gli altri cinque ricorsi depositati al TAR del Lazio. Anche qui il fronte è ampio.
Un ricorso arriva dai Comuni di Pomezia, Ardea, Ariccia e Nemi. Un altro è stato presentato dai Comuni di Genzano di Roma e Castel Gandolfo. C’è poi il ricorso promosso dall’Unione dei Comitati. Un altro ancora arriva dalle stesse associazioni che contestano il tema dell’acqua: Salute Ambiente, Pavona per la Tutela della Salute, Latium Vetu e comitato Roma 2.
A questo pacchetto si aggiunge infine l’annuncio di un ulteriore ricorso alla Corte dei Conti da parte del M5S. Un’iniziativa che viene presentata come il prossimo passaggio di una battaglia che, sul piano politico e giudiziario, è tutt’altro che chiusa.
La sfida vera si gioca sul territorio
La partita dell’inceneritore di Roma continua quindi su più fronti, ma il punto che oggi emerge con più forza è uno: la paura che il prezzo dell’impianto venga pagato da un territorio già in affanno.
È su questo che i nuovi ricorsi cercano di spostare l’attenzione. Non solo l’impatto di un grande inceneritore nell’area dei Castelli Romani, ma la sostenibilità concreta di un’opera che, secondo i contrari, rischia di gravare su una risorsa già scarsa come l’acqua.
Ora bisogna rispondere con serietà scientifica alla domanda fondamentale: quanta acqua servirà davvero per far funzionare l’inceneritore di Roma?
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