Una storia che ha visto addirittura coinvolte le Forze dell’ordine e con un finale che lascia riflettere su molti importanti aspetti.
Il protagonista ci ha scritto una lettera per raccontare la sua versione: la riproponiamo interamente.
Egregio Direttore,
mi chiamo Filippo De Santis. Sono un medico pediatra e psicoterapeuta che, nel 2020, ha dovuto abbandonare la professione perché colpito da cecità.
Da alcuni mesi ho un cane guida, Fabri, un labrador di due anni, che mi permette di spostarmi e di fare molte delle cose che facevo prima.
Qualche volta mi era capitato di sentire — o leggere — storie di persone non vedenti a cui veniva negato l’ingresso nei negozi perché accompagnate dal proprio cane guida. Le ascoltavo con un misto di incredulità e fastidio, pensando: “Sì, vabbè… ma oggi certe cose non succedono più.”
E invece succedono. Eccome se succedono. Ed è toccato a me.
Quando l’handicap diventa un ostacolo (procurato)
Ero con il mio Fabri — che oltre a essere un cane guida è anche un gentiluomo con la coda — e con mia figlia Fabiana. Abbiamo deciso di entrare al supermercato vicino casa: una cosa semplice, comprare due cose e via. Niente di epico.
Appena abbiamo messo piede dentro, neanche il tempo di orientarci, ci è piombata addosso la guardia giurata. Con tono deciso, di quelli che non lasciano spazio alla poesia, mi ha detto che i cani non potevano entrare.
Io, con calma (quella calma che sai già che durerà poco), gli ho spiegato che sono non vedente e che Fabri è un cane guida, quindi non proprio “un cane qualsiasi”.
Lui mi ha ascoltato… e poi ha ripetuto la stessa frase. Come un disco un po’ graffiato: lui non poteva entrare.
A quel punto gli ho chiesto di chiamare il responsabile. È arrivata la direttrice, che si è presentata con sicurezza, e ha ribadito subito: i cani non entrano. Punto. Era, a suo dire, una disposizione aziendale.
Io le ho fatto presente che esiste una legge dello Stato che dice esattamente il contrario. Ed è una legge risalente agli anni Settanta. Una di quelle leggi che, teoricamente, dovrebbero stare sopra le “disposizioni aziendali”, come il cielo sopra i tetti.
E qui è arrivato il momento surreale.
Mi ha proposto, con naturalezza disarmante, di mettere Fabri nel carrello della spesa.
Ora, Fabri è un labrador di trenta chili. Trenta.
Non è un peluche, non è un sacchetto di patate e, soprattutto, non ha nessuna intenzione di essere sollevato e parcheggiato nella “gabbia”. Non tollera di essere preso in braccio nemmeno per le coccole, figuriamoci per essere messo nel carrello.
Muffa in casa? Devi agire subito. L'esperto ti spiega le cose da fare e quelle da non fare
A quella proposta — che oscillava tra il comico e il tragico — le ho detto che, se non mi avesse fatto entrare con il cane al mio fianco, avrei chiamato le forze dell’ordine.
Lei non si è scomposta. Neanche un verso.
Allora io, Fabri e mia figlia Fabiana siamo usciti. Ci siamo fermati nell’atrio, in quella terra di nessuno tra dentro e fuori, e ho chiamato il 112.
L’aiuto e la solidarietà
Mi ha risposto un’operatrice, gentile. Le ho spiegato tutto e, dopo avermi ascoltato, mi ha passato il commissariato. L’agente mi ha detto che avrebbe inviato una pattuglia.
Nel frattempo è successa una cosa bella.
Si è avvicinato un uomo, si è presentato: poliziotto in pensione, istruttore cinofilo. Una di quelle persone che capisci subito che sanno di cosa parlano. Mi ha rassicurato: la legge era dalla mia parte. E, per non lasciare spazio a dubbi, ha tirato fuori il telefono, l’ha cercata su internet e me l’ha letta.
Poi sono arrivate anche altre persone. Tante.
E tutte con la stessa domanda, incredula:
“Ma come, non l’hanno fatta entrare?”
In quel momento ti senti un po’ meno solo. E anche un po’ meno arrabbiato.
Quando è arrivata la pattuglia, gli agenti mi hanno chiesto i documenti e hanno voluto sapere tutto. Ho raccontato la storia da capo, ormai quasi a memoria. Uno di loro è andato a parlare con la direttrice.
Voglia di pace più che di rivalsa
È passato qualche minuto.
Poi è tornata lei.
Voce improvvisamente più morbida, quasi zuccherata. Si è scusata, dicendo che non sapeva che il cane fosse un cane guida.
Io ho ascoltato. Ho annuito.
E ho fatto finta di niente.
Ho tralasciato il fatto che glielo avevo detto. Più di una volta.
Perché a volte, più che avere ragione, hai solo voglia che la giornata torni normale.
E che Fabri possa fare il suo lavoro senza dover salire, per nessun motivo al mondo, su un carrello della spesa.
La cultura della ‘normalità’
In tutta questa storia, a dire il vero, mi è rimasto addosso anche un certo dispiacere.
Non tanto per la discussione in sé — quella, alla fine, passa — ma per il fatto di aver dovuto chiamare le forze dell’ordine per ottenere un diritto che dovrebbe essere normale, automatico, quasi invisibile.
Mi è dispiaciuto pensare di averle “disturbate”, di averle tirate dentro una situazione che, in un mondo appena un po’ più attento, si sarebbe risolta con una semplice frase: “Prego, entri pure.”
E invece no. Sirene invisibili per una banalità che banalità non è.
E la cosa fa ancora più effetto se penso che, solo un paio di giorni prima, la conduttrice di un altro cane guida — e non uno qualunque, ma Queen, la sorella di Fabri — aveva scritto un articolo pieno di gratitudine per un supermercato con lo stesso marchio a Sarzana.
Parole bellissime: armonia, empatia, gentilezza, premura… una specie di piccolo elogio della normalità fatta bene. Di quella che non si nota, ma che quando manca pesa.
Ecco, mi sarebbe piaciuto poter dire la stessa cosa anche del supermercato vicino a casa mia. Davvero. Sarebbe stato più semplice, più leggero, forse anche più giusto.
Ma la persona che lo rappresentava, in quel momento, ha mostrato tutt’altro. E non è stata una bella sensazione.
Scrivo queste parole non per rabbia — quella, piano piano, si scioglie — ma perché episodi così non si ripetano.
Perché la prossima volta, per chiunque, non ci sia bisogno di spiegare, convincere, chiamare qualcuno.
Solo entrare.
Con naturalezza.
Come dovrebbe essere da sempre.
La legge sui cani-guida
Come redazione in finale vogliamo solo riportare quanto previsto dalla legge italiana, che (compresi noi) conosciamo poco.
La legge 14 febbraio 1974, n. 37 (e successivi aggiornamenti) è composta da un unico articolo, che recita:
Il privo di vista ha diritto di farsi accompagnare dal proprio cane guida nei suoi viaggi su ogni mezzo di trasporto pubblico senza dover pagare per l’animale alcun biglietto o sovrattassa.
Al privo della vista è riconosciuto altresì il diritto di accedere agli esercizi aperti al pubblico con il proprio cane guida.
Il privo di vista ha diritto di farsi accompagnare dal proprio cane guida anche non munito di museruola.
Sui mezzi di trasporto pubblico, ove richiesto esplicitamente dal conducente o dai passeggeri, il privo di vista è tenuto a munire di museruola il proprio cane guida.
È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
La multa per chi non permette l’accesso ai cani-guida arriva fino a 2.500 euro.
Ma alle volte più che le minacce di sanzioni, basterebbe un po’ di buon senso.
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