Una parte di quei terreni, nello specifico 2 delle 23 particelle catastali coinvolte, risulta però oggi essere proprietà di una società immobiliare. E l’unico sistema per riaverli indietro sembra proprio dover passare per le aule di un tribunale.
Ricordiamo che non si tratta di semplici lotti privati: quelle aree sarebbero ricomprese dentro una vecchia convenzione urbanistica come spazi destinati alla collettività che avrebbero da tempo dovuto divenire pubblici.

Un’area vasta compresa tra la Pontina, la Sughereta e il cimitero.
Le particelle finite al centro della nuova causa
Secondo la tesi del Comune di Pomezia, questi terreni rientrerebbero tra quelli che la vecchia società Sughereto Park S.r.l. avrebbe dovuto cedere gratuitamente all’amministrazione nell’ambito della convenzione urbanistica “Comprensorio P6”, stipulata il 5 marzo 1990 tra il Comune di Pomezia e la vecchia società poi fallita.
Il problema è che, nel tempo, due di queste particelle (la 2522 sub 2 e la 2522 sub 501) sarebbero finite in mano di un privato attraverso un presunto acquisto per usucapione e poi rivendute a una società immobiliare, comunque legata allo stesso privato.
Oggi su quel terreno risultano anche edificati due immobili, all’apparenza uno sembra essere residenziale e l’altro adibito ad una attività di servizi al pubblico.
Perché Pomezia li vuole indietro
Il punto centrale è semplice: il Comune di Pomezia sostiene che l’obbligo di cessione non sia mai venuto meno. In altre parole, anche se i terreni sono passati di mano, per l’ente resterebbe valido il vincolo originario previsto dalla convenzione urbanistica.
Per questo Pomezia ha deciso di rivolgersi al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio, chiedendo ai giudici di accertare che la società oggi proprietaria sia obbligata a trasferire quelle aree al Comune. L’obiettivo finale è riportarle nella disponibilità pubblica.
L’incarico all’avvocato
La vicenda non riguarda soltanto mappe, fogli e particelle. Al centro c’è il destino urbanistico di un pezzo importante della città.
Le aree del comprensorio P6 erano infatti collegate a funzioni pubbliche: strade, verde, servizi e parcheggi. Spazi pensati per completare il quartiere e garantire standard minimi ai cittadini.
Se restano privati, il Comune di Pomezia rischia di non poter chiudere una vecchia pianificazione rimasta sospesa per decenni. Se invece li acquisisce, può rimettere ordine in una zona strategica.
Il Comune ha quindi affidato l’incombenza di rappresentarlo al TAR del Lazio all’avvocato Giuseppe Sessa. L’amministrazione ha impegnato complessivamente 7.035,77 euro di spese legali. È il passaggio amministrativo che rende operativa la nuova azione giudiziaria.
Il nodo dell’usucapione e della vendita
La parte più delicata della storia riguarda il passaggio dei terreni ai privati.
Nei documenti comunali si parla di un presunto acquisto per usucapione da parte di un privato, molto noto a Pomezia per la sua attività legata ai servizi, e di una successiva vendita, con atto notarile dell’8 agosto 2023, ad una società immobiliare.
Nel panorama imprenditoriale italiano è una pratica estremamente comune e strategica intestare l’immobile in cui un imprenditore svolge la propria attività ad una società immobiliare, spesso definita come “immobiliare di gestione” o “holding immobiliare” che è separata dalla società operativa, ma controllata dal medesimo imprenditore.
Il Comune di Pomezia, però, sembra ritenere che questi passaggi non cancellino l’obbligo originario di cessione che risale al 1990. Sarà il giudice amministrativo a stabilire se il vincolo possa ancora essere fatto valere contro l’attuale proprietario.
Cosa può succedere adesso
Il ricorso non significa che i terreni siano già tornati al Comune, significa che l’amministrazione ha deciso di aprire una nuova battaglia legale per ottenerli.
Se il TAR del Lazio dovesse accogliere la tesi del Comune di Pomezia, la società privata potrebbe essere obbligata a cedere le particelle contestate.
Se invece il ricorso venisse respinto, quei terreni resterebbero nella disponibilità dei privati.
La posta in gioco, però, resta chiara: capire se aree nate per uso pubblico possano restare fuori dal patrimonio comunale.
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