La Corte di Cassazione ha confermato l’inammissibilità del ricorso del giovane contro la custodia cautelare agli arresti domiciliari, rigettando ogni tentativo di attenuare le misure restrittive.
Tradito dalle foto sul cellulare
Tutto parte da una serie di fotografie ritrovate sul telefono cellulare di un coimputato, scattate nel 2023.
Le immagini ritraevano ingenti quantitativi di droga del tipo hashish e marijuana custoditi nell’abitazione del 26enne, situata ad Ardea.
Da lì, le indagini si sono dipanate, portando alla perquisizione che ha svelato un quadro inquietante: oltre 4,8 chilogrammi di hashish, 7 grammi di cocaina, semi di marijuana; oltre alla droga anche denaro contante, bilancini di precisione, documenti di contabilità e persino tre pistole modificate senza matricola, con 129 proiettili pronti all’uso.
Il Tribunale del riesame di Roma ha sottolineato come il giovane non solo avesse continuato le attività illecite fino al 2024, ma dimostrasse anche legami consolidati con contesti criminali strutturati.
La sua giovanissima età non ha frenato la gravità del quadro emerso: “L’insieme del materiale rinvenuto delineava l’ampiezza delle illecite attività, dalla coltivazione e cessione di stupefacenti alla fabbricazione e detenzione di armi,” si legge nell’ordinanza.
Il pentimento a cui il giudice non ha creduto
Nel corso del processo, il 26enne di Ardea aveva cercato di giustificarsi con motivazioni familiari e di mostrare un presunto pentimento attraverso l’interesse ad attività lavorative e di volontariato.
Ma per la Cassazione e per il Tribunale del riesame, queste spiegazioni appaiono “del tutto inverosimili” e finalizzate a ottenere un trattamento cautelare più favorevole.
Il giovane, dunque, resta agli arresti domiciliari, con il tentativo di ridurre la misura giudiziaria completamente bocciato.
E a dimostrazione che nel mondo digitale un clic o una foto possono segnare la sorte di una vita, il dettaglio delle immagini ritrovate sul telefono del coimputato si è rivelato l’anello debole della catena difensiva.
La Cassazione ha condannato anche al pagamento delle spese processuali e di 3.000 euro in favore della Cassa delle ammende.
























