Lo ha stabilito il Tribunale di Roma con una sentenza del giudice Guido Marcelli, notificata il 20 maggio 2026 all’avvocato Renato Mattarelli, legale della paziente.
La storia inizia nell’ottobre del 2012. La donna, allora 41enne, si era rivolta a un chirurgo descritto come “di fama internazionale” per correggere una disfunzione al ginocchio destro.
“Non ti preoccupare. Sistemiamo tutto noi…”, si sarebbe sentita dire dall’équipe medica del “Professorone” prima dell’operazione.
Complicazioni a catena dopo l’intervento
Dopo il ricovero e le rassicurazioni ricevute, la paziente era tornata a casa, a Sabaudia. Ma già pochi mesi dopo, nel febbraio del 2013, il quadro clinico precipitò.
La donna accusò un improvviso cedimento della gamba dovuto alla rottura delle protesi impiantate durante il primo intervento.
La situazione provocò anche una nuova frattura del femore destro, rendendo necessario un secondo intervento urgente di revisione chirurgica.
Secondo quanto ricostruito nella causa civile, anche quella seconda operazione sarebbe stata eseguita in modo non corretto, aggravando ulteriormente le condizioni della paziente.
Da quel momento la donna avrebbe sviluppato nuove patologie, con conseguenze permanenti sulla postura e sulla deambulazione. Gli errori chirurgici le avrebbero provocato una zoppia stabile e un forte peggioramento della qualità della vita.
Gli errori dell’equipe medica
Nella sentenza il Tribunale di Roma ha accolto la tesi sostenuta dall’avvocato Mattarelli, evidenziando come i sanitari non abbiano adeguatamente valutato il quadro clinico preesistente della paziente prima di procedere con l’operazione.
Tra gli elementi richiamati dal giudice ci sono “l’artrite reumatoide, patologia da cui la paziente era affetta, che costituiva una controindicazione all’esecuzione di interventi di osteotomia”, oltre a precedenti interventi al ginocchio e alle anche che avrebbero dovuto imporre maggiore cautela nella scelta terapeutica.
Secondo il Tribunale, quelle condizioni pregresse non sarebbero state considerate correttamente né nella fase preparatoria né durante il primo intervento.
Un’operazione che, nelle conclusioni della sentenza, sarebbe stata eseguita senza una valutazione completa dei rischi clinici. Anche il successivo intervento correttivo, invece di migliorare il quadro, avrebbe contribuito a peggiorarlo.
La responsabilità
Per il giudice esiste quindi una responsabilità della struttura sanitaria e dei medici coinvolti.
Il risarcimento superiore ai 600mila euro dovrà essere versato dalla Casa di Cura romana, da tre chirurghi e dalle rispettive compagnie assicurative, sulla base delle quote di responsabilità accertate nel procedimento.
La vicenda giudiziaria era iniziata nel 2021 ed è andata avanti per anni tra consulenze mediche, perizie e accertamenti tecnici.
Nel frattempo la donna, secondo quanto riferito dal suo legale, avrebbe vissuto anche un forte stato depressivo legato al peggioramento delle proprie condizioni fisiche e al danno estetico subito.
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