Sembra la scena di una spy story della Guerra Fredda, ma è la cronaca di un pomeriggio di primavera che ha scosso i vertici della nostra difesa nazionale.
Protagonista Walter Biot, un uomo di 60 anni, residente a Pomezia, un insospettabile ufficiale con una carriera solida alle spalle e un incarico delicatissimo: Capitano di fregata della Marina Militare Italiana, in servizio proprio nella Sezione Analisi Strategica dello Stato Maggiore della Difesa.
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a venti anni di reclusione per spionaggio politico e corruzione, mettendo la parola fine a uno dei più gravi casi di fuga di informazioni sensibili emersi negli ultimi anni in Italia.
L’indagine partita dai servizi segreti
L’inchiesta ha preso avvio dopo una segnalazione dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna (Aisi), che aveva individuato possibili anomalie nella gestione di documenti riservati appartenenti all’ambito della difesa nazionale.
Al centro delle indagini è finito Walter Biot, Capitano di fregata della Marina Militare, sessantenne residente a Pomezia, impiegato presso la Sezione Analisi Strategica dello Stato Maggiore della Difesa.
Si trattava di un incarico particolarmente delicato, che gli consentiva di accedere a informazioni di elevato interesse per la sicurezza nazionale e internazionale.
Gli investigatori hanno quindi avviato una complessa attività di monitoraggio, installando anche sistemi di osservazione all’interno dell’ufficio utilizzato dall’ufficiale.
Le fotografie ai documenti riservati
Secondo quanto ricostruito nel processo, il militare avrebbe fotografato ripetutamente documenti riservati e schermate informatiche utilizzando il proprio telefono cellulare.
Le immagini venivano successivamente trasferite su una scheda di memoria Micro SD, nascosta all’interno della confezione di un farmaco.
Nel corso delle indagini sono state individuate 181 fotografie relative a 19 documenti classificati.
Molti di essi riguardavano informazioni riservate nell’ambito della Nato e delle attività strategiche della difesa italiana.
Per gli investigatori si trattava di materiale la cui diffusione avrebbe potuto arrecare un danno rilevante agli interessi dello Stato e ai rapporti con i Paesi alleati.
Lo scambio con il diplomatico russo
Con l'implantologia computer guidata, alternativa meno invasiva alla classica
Il momento decisivo dell’indagine è arrivato durante un incontro avvenuto nel quartiere Eur di Roma.
Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, il militare si è incontrato con Dmitry Ostroukhov, addetto aggiunto alla difesa presso l’ambasciata della Federazione Russa.
All’interno di un’autovettura sarebbe avvenuto lo scambio tra la scheda contenente i documenti e una somma di denaro pari a circa 5mila euro.
L’operazione era però sotto controllo da parte del Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri, che seguiva da tempo i movimenti dei due uomini.
Subito dopo la consegna, i militari sono intervenuti bloccando entrambi.
La casa di Pomezia
È proprio nella residenza di Pomezia del 60enne che gli inquirenti hanno rintracciato e sottoposto a sequestro l’apparato tecnologico chiave della vicenda: uno smartphone Samsung S9 (modello SM-G960F).
L’importanza di questo rinvenimento domestico è emersa con chiarezza grazie alle successive perizie e agli accertamenti tecnici irripetibili disposti dalla Procura di Roma, i quali hanno accertato una perfetta identità tra il telefono custodito nella casa di Pomezia e l’apparecchio utilizzato per eseguire i centottantuno scatti fotografici clandestini.
Tali riprese erano state immortalate dallo schermo del computer e dai documenti cartacei nella stanza ministeriale dello Stato Maggiore della Difesa. Quindi erano state poi riversate sulla scheda Micro SD Kingston destinata all’addetto diplomatico russo.
L’immunità diplomatica e l’arresto
Per il funzionario russo non fu possibile procedere all’arresto a causa dell’immunità diplomatica riconosciuta dal diritto internazionale.
Diversa la posizione dell’ufficiale italiano, arrestato in flagranza di reato e successivamente sottoposto a processo.
La vicenda ebbe immediatamente un forte impatto istituzionale, anche perché coinvolgeva un appartenente alle Forze Armate con accesso a informazioni particolarmente sensibili.
Le decisioni dei giudici
Nel corso del procedimento la difesa ha sollevato diverse questioni riguardanti la competenza dei giudici e l’utilizzabilità di alcuni atti collegati a documenti coperti da riservatezza.
Tuttavia, i giudici hanno ritenuto pienamente provata la cessione delle informazioni e il rapporto corruttivo legato al passaggio di denaro.
La Cassazione ha quindi confermato le precedenti decisioni, Walter Biot è stato condannato in via definitiva a venti anni di reclusione per i reati di spionaggio politico e corruzione, respingendo i ricorsi presentati dall’imputato.
Una delle più gravi fughe di notizie degli ultimi anni
Secondo l’accusa, accolta dai giudici, documenti di particolare rilevanza strategica furono consegnati a un rappresentante della Federazione Russa in cambio di una somma relativamente modesta.
Alla condanna pronunciata dalla giustizia ordinaria si aggiunge inoltre quella già definitiva emessa dalla magistratura militare. L’ufficiale deve scontare una pena di ventinove anni e due mesi per i reati militari connessi alla sottrazione e alla divulgazione delle informazioni.























