In termini più semplici significa che il Fisco non può ritenervi responsabili del debito soltanto perché non avete risposto alle loro (ingiuste) sollecitazioni a pagare quello che doveva il defunto.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con una recente ordinanza che chiarisce un principio importante in materia successoria e fiscale.
Ma la vicenda, piuttosto complessa, ha anche un imprevisto risvolto finale.
Agenzia delle Entrate: “il debito del padre passa al figlio”
Tutto nasce da una cartella esattoriale notificata nel 2013 a un uomo di 58 anni, al quale veniva richiesto il pagamento dell’imposta di registro relativa a una sentenza emessa dal Tribunale di Latina nel 2010 nei confronti del padre, deceduto nel febbraio 2012.
L’uomo aveva però rinunciato all’eredità pochi mesi dopo la morte del genitore, con atto notarile formalizzato nell’aprile dello stesso anno.
Ritenendo di non essere tenuto a rispondere dei debiti del padre, il figlio aveva impugnato la cartella presso Commissione tributaria di Latina.
La Commissione tributaria dà ragione al fisco
L’Agenzia delle Entrate si era però opposta alla tesi del figlio, sostenendo che la cartella fosse stata preceduta da un avviso di liquidazione regolarmente notificato e mai contestato.
Secondo i giudici della Commissione tributaria, proprio la mancata impugnazione dell’atto precedente impediva al contribuente di contestare successivamente il merito della pretesa fiscale attraverso la cartella di pagamento.
Per questo motivo la tesi del 58enne non era stata accolta.
L’intervento della Cassazione
Il figlio, naturalmente, non ha condiviso quanto stabilito e cioè che dovesse accollarsi i debiti del padre anche se aveva rinunciato all’eredita, per questo si è rivolto alla Corte di Cassazione, ultimo grado di giudizio.
E la Suprema Corte ha ribaltato la decisione, dando torto all’Agenzia delle Entrate.
I giudici hanno ricordato che, secondo il codice civile, chi rinuncia all’eredità viene considerato come se non fosse mai stato chiamato alla successione.
La rinuncia produce quindi effetti retroattivi e cancella ogni responsabilità per i debiti ereditari fin dal momento dell’apertura della successione.
Di conseguenza, il semplice fatto di essere figlio del defunto non attribuisce automaticamente la qualità di erede. Tale qualifica si acquisisce soltanto con l’accettazione dell’eredità, espressa o tacita.
Nel caso esaminato, la rinuncia era stata formalizzata prima della notifica dell’avviso fiscale.
Per la Cassazione, quindi, il contribuente non poteva essere considerato erede e non era tenuto a impugnare un atto che lo individuava come tale.
Nessun obbligo di pagare per il 58enne
La Corte di Cassazione ha sottolineato che la mancata impugnazione dell’avviso non può trasformare in debitore chi, per effetto della rinuncia, non ha mai acquisito la qualità di erede.
Per questo motivo il figlio ha potuto contestare direttamente la cartella esattoriale facendo valere la propria estraneità ai debiti del padre.
Secondo i giudici, la responsabilità tributaria per i debiti del defunto può gravare esclusivamente su chi abbia effettivamente accettato l’eredità.
Ma non è finita qui. Il fisco gioca una nuova carta
La lotta giudiziaria non è però terminata.
La Corte di Cassazione ha certamente accolto il ricorso del 58enne, ma non ha chiuso la questione.
Tutto infatti è stato nuovamente inviato alla Corte di Giustizia Tributaria del Lazio, che dovrà riesaminare la vicenda.
Resta infatti da valutare un’ulteriore eccezione sollevata dall’Agenzia delle Entrate.
L’amministrazione sostiene che il figlio avrebbe ricevuto dal padre, quando era ancora in vita, una consistente donazione e che la successiva rinuncia all’eredità potrebbe configurare un’ipotesi di abuso del diritto.
In pratica l’accusa dice che il figlio ha rinunciato all’eredità dopo che questa era già stata svuotata del suo valore, quando il padre era ancora in vita.
Su questo aspetto i giudici di merito non si erano pronunciati e sarà ora il nuovo collegio a dover decidere.
Come funziona l’accettazione o la rinuncia all’eredità in Italia
In Italia, quando una persona muore, gli eredi possono scegliere se accettare o rinunciare all’eredità.
Con l’accettazione si acquisiscono non solo i beni e i crediti del defunto, ma anche gli eventuali debiti.
Per questo motivo, chi teme che i debiti siano superiori al patrimonio può rinunciare all’eredità. Lo si può fare attraverso una dichiarazione formale davanti a un notaio o presso il tribunale competente.
Esiste anche l’accettazione con beneficio d’inventario. Questa che consente di tenere separato il patrimonio dell’erede da quello del defunto: in questo caso, eventuali debiti ereditari vengono pagati solo nei limiti del valore dei beni ricevuti.
La scelta ha quindi importanti conseguenze sia economiche che legali, poiché determina la responsabilità dell’erede nei confronti dei creditori e la possibilità di entrare in possesso del patrimonio lasciato dal defunto.
























