Acea, per l’ennesimo anno, ha inviato ai Comuni di Pomezia, Ardea e i Castelli Romani una nota con i suggerimenti delle restrizioni che dovrebbero adottare i cittadini nella stagione estiva.
Ogni sindaco avrebbe dovuto quindi emanare un’ordinanza e farla conoscere il più possibile ai cittadini.
Ma la realtà dei fatti è che i Comuni non hanno ancora emanato l’ordinanza, quei pochi che lo hanno fatto non l’hanno pubblicizzata e l’hanno resa non rintracciabile. Non si trova nulla nemmeno sul sito web di Acea.
Bel modo di gestire una emergenza.
I Comuni, tra omissioni e occultamenti
La nota Acea è partita già dallo scorso 14 maggio: Acea Ato 2 ha chiesto ai Comuni dei Castelli Romani, Ardea e Pomezia, azioni di prevenzione e contrasto contro gli usi impropri dell’acqua potabile.
Tradotto: basta sprechi, basta giardini irrigati con l’acquedotto, basta piscine riempite mentre le fonti idriche restano sotto pressione, stop acqua all’orto e persino ai balconi del davanzale.
Per il 15esimo anno consecutivo viene ufficializzata la carenza dell’acqua, specie nella stagione estiva. Una crisi idrica che peggiora di anno in anno per cause naturali, ma anche per lo scellerato comportamento di alcuni enti e amministrazioni.
Nonostante però sia passato un mese dalla circolare di Acea nel quadrante dei Castelli Romani e dell’area a sud di Roma, risultano ordinanze certe solo in cinque Comuni: Albano, Nemi, Rocca Priora, Grottaferrata e Ciampino. Comunque spesso ordinanze non pubblicizzate e difficilissime da rintracciare.
Gli altri Comuni restano nel buio
Per Rocca di Papa, Castel Gandolfo, Genzano di Roma, Ariccia, Lanuvio, Marino, Frascati, Velletri, Ardea e Pomezia non risultano ancora – dagli atti da noi reperiti su albi pretori e siti internet comunali – ordinanze 2026 pubblicate con la stessa chiarezza.
Non significa che gli atti non possano essere in preparazione. Significa però che i cittadini, ad oggi, non vedono una comunicazione forte, immediata, lampante.
E anche nei Comuni in cui le ordinanze sono state pubblicate, il problema resta: non risultano campagne diffuse con manifesti pubblici nelle strade, avvisi evidenti nelle piazze, comunicazioni martellanti sui siti comunali.
Come se, arrivati al 15esimo “al lupo al lupo” ormai nessuno se ne preoccupa più.
Divieti veri, non semplici consigli
Le ordinanze già firmate non sono inviti generici al buon senso. Sono divieti.
In diversi Comuni si vietano l’irrigazione di orti, giardini e prati privati, il riempimento di piscine, il lavaggio di auto e moto, l’uso ludico dell’acqua potabile e ogni impiego non strettamente domestico, igienico-sanitario o produttivo autorizzato.
Le multe possono arrivare fino a 500 euro.
A Ciampino l’ordinanza prevede controlli a campione con Acea, Polizia Municipale e Forze dell’ordine.
A Grottaferrata, il Commissario prefettizio ha scritto nero su bianco che non ci sono interruzioni attuali del servizio, ma che la vulnerabilità delle fonti resta concreta.
Il punto: l’acqua non basta più
La questione però ormai non è più stagionale. Non è solo l’estate che arriva. È una crisi lunga, sedimentata, strutturale.
Già dal 2012 si trovano ordinanze comunali sollecitate da Acea per limitare l’uso dell’acqua potabile. Dal 2017 in poi il meccanismo è diventato sistematico: ogni anno tornano divieti, avvisi, restrizioni, emergenze.
Il messaggio è brutale: se da oltre dieci anni bisogna chiedere ai cittadini di non usare l’acqua per giardini, piscine e lavaggi, vuol dire che il sistema idrico è al limite.
Le falde dei Colli Albani soffrono, i laghi Albano e Nemi arretrano, i consumi aumentano, la pressione urbanistica cresce.
Il paradosso dell’inceneritore
Dentro questo quadro arriva il nodo più politico: mentre si chiede ai cittadini di stringere i rubinetti, avanza il progetto del maxi impianto dei rifiuti a Santa Palomba, nel quadrante sud di Roma, al confine con Albano Laziale e in un’area delicatissima per gli equilibri ambientali dei Colli Albani.
Un mostro che mangierebbe tanti rifiuti, ma vrebbe anche bisogno di bere tantissima acqua.
Il paradosso è evidente. Da una parte Acea segnala la necessità di contenere gli usi impropri dell’acqua.
Dall’altra, nello stesso territorio già sotto stress idrico, si continua a ragionare su un grande impianto industriale destinato a cambiare per decenni il peso ambientale dell’area.
Una crisi che non si può più nascondere
Il punto non è solo chi abbia firmato e chi no. Il punto è che l’acqua, a Roma sud e nei Castelli Romani, è diventata una questione politica enorme.
Non basta pubblicare un’ordinanza nell’albo pretorio e sperare che i cittadini la leggano.
Serve dire chiaramente che il problema esiste, che dura da anni e che il modello attuale non regge più.
Perché se l’acqua è una risorsa al limite, ogni nuova scelta urbanistica, industriale e infrastrutturale deve essere misurata su quel limite. Il resto è propaganda. E la propaganda, a differenza dell’acqua, non riempie i rubinetti.






















