La sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio n. 10764/2026, appena pubblicata, dice una cosa diversa e molto concreta.
Il vecchio stop ai lavori del Comune di Albano del 20 giugno 2025 è stato superato, perché nel frattempo il Comune, alla cui guida da ottobre 2025 è subentrato il Commissario prefettizio, ha ri-autorizzato l’intervento.
La lite, quindi, non ha più oggetto, per i giudici di primo grado.
In tutto questo si continua a non vedere “l’elefante della stanza”: Albano deve varare il suo Piano Antenne, ovvero una mappa della dislocazione ordinata e razionale degli impianti per i telefonini, ma i tralicci intanto non aspettano e decidono loro invece del Comune.
E ogni nuova installazione va a complicare ulteriormente la chiusura dello stesso Piano antenne.
Il ricorso di Inwit contro lo stop
A rivolgersi al TAR del Lazio era stata Inwit, la società delle infrastrutture wireless, contro l’ordine di sospensione lavori firmato dal Comune di Albano il 20 giugno 2025, che aveva bloccato il precedente via libera di ottobre 2024.
Al centro della contesa c’era la stazione radio base prevista in via Valle Pozzo, un maxi traliccio di circa 30 metri, un impianto diventato in pochi mesi molto più di un’infrastruttura telefonica: un caso politico, amministrativo e sociale.

Il Comune di Albano prima ferma, poi autorizza
La parte più pesante della vicenda è tutta nella cronologia.
Fino a ottobre 2025 Albano era guidata dall’ex sindaco Massimiliano Borelli. Poi la crisi politica, la decadenza dell’amministrazione e l’arrivo del Commissario prefettizio, rimasto alla guida del Comune fino alle elezioni di fine maggio 2026.
Proprio durante questa fase intermedia c’è stata una improvvisa accelerazione: con Determinazione del 12 gennaio 2026, il Comune ha autorizzato nuovamente la realizzazione dei lavori.

Certo il Commissario prefettizio Filippo Santarelli avrà preso una decisione in base alla documentazione e ai pareri forniti dall’amministrazione comunale e dall’Arpa Lazio.
Il vecchio stop viene superato
Questa seconda autorizzazione, comunque, ha cambiato tutto.
Il Tribunale ora prende atto che l’autorizzazione successiva ha cancellato gli effetti pratici della sospensione precedente.
In altre parole: Inwit aveva impugnato uno stop che, nel frattempo, non produceva più effetti decisivi.
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Per questo i giudici dichiarano la cessata materia del contendere.
Nessuna bocciatura tecnica dell’antenna, nessuna promozione politica del Comune, solo la presa d’atto che la partita processuale si è svuotata.
Tedone fuori dal processo
La sentenza chiarisce anche la posizione di Salvatore Tedone, un cittadino che si era inserito nel procedimento giudiziario, ritenuto però privo di legittimazione.
Secondo il TAR del Lazio, Tedone si era limitato a presentare osservazioni nel procedimento amministrativo, chiedendo una diversa localizzazione dell’impianto.
Questo non basta a trasformarlo in un vero controinteressato processuale, titolare di una posizione diretta e immediata rispetto al provvedimento impugnato.
Le proteste dei residenti
A Valle Pozzo i residenti si erano mobilitati con forza contro l’impianto, denunciando timori per l’impatto ambientale, paesaggistico e sanitario.

La protesta era arrivata fino al Consiglio comunale di Albano, trasformando una pratica tecnica in una questione pubblica. L’antenna era diventata il simbolo di un modo di decidere percepito come poco condiviso e troppo calato dall’alto.
Borelli tra via libera e retromarcia
L’amministrazione Borelli aveva autorizzato a ottobre 2024 la costruzione del maxi traliccio, poi, sull’onda delle proteste e della pressione arrivata in aula, aveva tentato di fermare tutto a giugno 2025, ma forse troppo tardi.
Una retromarcia politicamente comprensibile, forse, ma amministrativamente fragile. Perché quando un atto viene bloccato sull’emergenza, senza una cornice solida e inattaccabile, il rischio è che il provvedimento si trasformi in un boomerang.
Il Piano antenne mancato
Sullo sfondo resta il grande assente: un Piano antenne capace di dire prima dove si può installare e dove no: Albano non ce l’ha.
Senza regole chiare, ogni traliccio diventa una guerra di quartiere, ogni autorizzazione una miccia, ogni protesta una rincorsa.
Valle Pozzo dimostra proprio questo: quando la programmazione arriva dopo il conflitto, la politica finisce per inseguire le carte invece di guidarle.
Il traliccio va avanti, il problema politico resta
La sentenza compensa anche le spese tra tutte le parti. Ognuno paga i propri avvocati.
Formalmente non ci sono vincitori né vinti, ma sul piano pratico il risultato è evidente: il traliccio, salvo nuovi atti o nuovi ricorsi, va avanti.
La giustizia amministrativa ha chiuso quindi il fascicolo, ma non cancella il problema politico.
Valle Pozzo resta una ferita aperta tra cittadini, Comune e gestori delle telecomunicazioni.
La città chiede copertura, servizi e connessione, ma chiede anche trasparenza assoluto, regole certe e pubbliche e rispetto dei territori.
Il caso del traliccio insegna una cosa semplice: sulle antenne non basta arrivare con le carte in ordine, bisogna arrivare prima con una visione che non sia calata dall’alto, ma discussa coi cittadini per tempo.
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