E stavolta i giudici ci sono andati giù pesanti con i burocrati che non fanno il loro dovere, aprendo anche la porta a una pesante indagine per appurare eventuali danni causati dall’operato di dipendenti ministeriali.
I 3.000 euro mancanti
Al centro di questa vicenda, che ricorda un po’ lo scontro tra Davide e il gigante Golia, c’è la Carta elettronica del docente, il bonus annuale da 500 euro destinato alla formazione degli insegnanti.
Per veder non calpestati i propri diritti la docente si era rivolta al Tribunale di Velletri, che con una sentenza chiarissima aveva dichiarato che alla ricorrente spettavano bonus per sei anni scolastici. Totale: 3.000 euro.

Sei anni di Carta docente non riconosciuta
La sentenza da eseguire è la n. 1660/2024 del Tribunale ordinario di Velletri, Sezione Lavoro e Previdenza.
Il giudice aveva riconosciuto alla docente il diritto a ricevere 500 euro l’anno per gli anni scolastici
- 2018/2019,
- 2019/2020,
- 2020/2021,
- 2021/2022,
- 2022/2023,
- 2023/2024.
Una decisione netta, che aveva già chiarito il punto centrale della vicenda: quelle somme spettavano alla professoressa.
Il Ministero resta fermo
Il passaggio più pesante è un altro. La sentenza del giudice del lavoro era passata in giudicato, perché non impugnata dal Ministero. Era stata notificata all’Amministrazione. Erano trascorsi anche i 120 giorni previsti dalla legge prima di poter agire contro una pubblica amministrazione.
Eppure il Ministero non ha ancora dato esecuzione al provvedimento.
La docente si è dunque rivolta ai giudici del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio per obbligare il Ministero ad effettuare il pagamento.
Il TAR inchioda l’Amministrazione
Con la sentenza n. 11276/2026, il TAR del Lazio ha accolto in pieno il ricorso della professoressa.
La decisione è chiara: il Ministero dell’Istruzione e del Merito deve dare esecuzione alla sentenza del Tribunale di Velletri e attribuire alla ricorrente la Carta elettronica del docente per l’importo complessivo di 3.000 euro.
Questa volta la macchina pubblica non può più rinviare, né lasciare la sentenza chiusa in un cassetto.
Il TAR assegna al Ministero un termine preciso: 60 giorni dalla notificazione della sentenza. Entro questo tempo l’Amministrazione dovrà riconoscere alla docente quanto stabilito dal giudice del lavoro.
In caso contrario scatterà il passaggio successivo: l’intervento di un Commissario ad Acta, già nominato dal Tribunale amministrativo.
Commissario pronto se il Ministero non si muove
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Un Commissario ad Acta è quella figura che interviene con pieni poteri ad eseguire qualcosa a cui il Ministero non ha ottemperato.
E per la nomina del Commissario ad Acta di questa vicenda, i giudici del TAR hanno adottato il metodo del contrappasso.
Come commissario è stato indicato:
“il Direttore generale dell’Amministrazione resistente preposto alla Direzione generale per gli ordinamenti scolastici, la formazione del personale scolastico e la valutazione del sistema nazionale di istruzione, il quale, con facoltà di delega e senza compenso, provvederà a dare esecuzione alla sentenza indicata in motivazione nel termine di 60 giorni“.
cioè è stato nominato un dirigente dello stesso Ministero inadempiente.
Potrebbe sembrare un controsenso, in realtà è una specie di punizione.
Come dire, non hai voluto pagare, ora ti affibbio una responsabilità personale e lo devi fare per forza entro 60 giorni, oltretutto senza nessun compenso per te.
Spese legali e segnalazione alla Corte dei conti
Il conto non si ferma ai 3.000 euro della Carta docente.
Il Ministero dell’Istruzione è stato condannato anche a pagare 800 euro di spese di giudizio, oltre agli accessori di legge se dovuti.
Non solo. Il TAR del Lazio ha disposto la trasmissione della sentenza alla Procura regionale del Lazio della Corte dei conti e all’Organismo indipendente di valutazione del Ministero, per gli eventuali seguiti di competenza.
Infatti tutte queste spese legali, che pagano alla fine i cittadini, sarebbero state generate dalle inadempienze del Ministero dell’Istruzione, questa è l’accusa.
E altri giudici ora dovranno individuare eventuali responsabili, che rischiano persino di dover metter mano al loro personale portafogli.
Una vicenda piccola solo in apparenza
Questa storia racconta molto più di una singola causa. Racconta una cittadina che ottiene ragione da un giudice, un Ministero che non esegue, un secondo processo necessario solo per costringere l’Amministrazione a fare ciò che era già scritto nero su bianco.
Una storia simile l’avevamo raccontata anche l’anno scorso, con un’altra professoressa costretta a rivolgersi al TAR del Lazio per vedersi riconoscere quello le spettava.
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È il paradosso della burocrazia italiana: anche quando perde, può continuare a far perdere tempo a chi ha vinto.
Ed è qui che la sentenza diventa una piccola ma significativa lezione per la pubblica amministrazione: ignorare un giudicato non è un dettaglio tecnico, ma un problema serio di funzionamento dello Stato.
Quando per avere da un ufficio della pubblica amministrazione 3.000 euro riconosciuti da un tribunale serve un altro tribunale, il cortocircuito è evidente.
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