Cioè quegli esami o visite che vi ha prescritto lo specialista non potrete farli a carico del Sistema Sanitario Nazionale (SSN), ma dovrete pagarveli di tasca vostra.
A meno che il vostro medico di famiglia non accetti quella prescrizione esterna e ve la rifaccia su ricetta rossa: ma questo potrebbe essere piuttosto difficile e vi spieghiamo perché.
La vittoria dei medici di famiglia
La prescrizione del medico di famiglia su ricetta rossa non sarà più un obbligo, ma una sua discrezione.
Questo ha stabilito il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio, che ha cancellato così una regola della Regione Lazio che costringeva i medici di famiglia a trascrivere le richieste degli specialisti privati. Secondo la Regione Lazio questo obbligo permetteva di tenere sotto controllo le liste d’attesa.
Con questa decisione, i giudici hanno chiarito che il vostro medico di famiglia non è un semplice “passacarte” e deve sempre poter decidere in piena autonomia quali esami farvi fare.
Chi ci rimette sono i pazienti
Il risultato di tutta questa discussione molto tecnica (a seguire nell’articolo ve la spieghiamo). L’unica cosa certa è che in questa vicenda “il cerino è rimasto in mano a i pazienti”.
Allo stato attuale, quindi, se si va da un medico specialista privato non si può avere alcuna certezza che le cure o gli esami che questo ci prescrive, poi vengano accettati dal nostro medico di famiglia.
Il medico di famiglia, poi, non è che non vuole prescriverle perché è cattivo o invidioso del collega, ma perché (diciamo una verità che nessuno ufficializza, ma è alla base di tutta questa storia) a sua volta il medico di famiglia subisce ‘pressioni’ dalla Asl che interviene se sfora determinati budget, cioè se fa troppe prescrizioni.
È come uno scaricabarile multilivello. Lo Stato vuole che si risparmi sulla spesa sanitaria e obbliga le ASL a rispettare certi limiti di spesa.
Le Asl controllano che i medici di famiglia non escano dai budget loro assegnati, con energici (anche non ufficiali) rimproveri.
I Medici di famiglia hanno difficoltà a rimanere nei limiti di spesa già soltanto con l’ordinario, cioè con le prescrizioni di farmaci ed esami che fanno in base alle visite che loro effettuano, figurarsi quindi a doversi caricare anche la enorme mole di prescrizioni dei medici specialistici.
I pazienti, che sono l’ultima ruota del carro, subiscono tutti i problemi che questo scaricabarile multilivello genera: meno prescrizioni, meno ricette, meno esami.
Il caso: la delibera della discordia
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Tutta la vicenda nasce alla fine del 2025, quando la Regione Lazio ha approvato una Delibera 1344 che ridefiniva le modalità di prescrizione degli esami e delle visite specialistiche.
L’obiettivo dichiarato della giunta regionale era nobile e urgente: governare e abbattere le lunghissime liste d’attesa della sanità pubblica.
Il provvedimento introduceva un meccanismo specifico per i pazienti che si curano presso le strutture private accreditate.
Se il medico di questa struttura non ha l’abilitazione tecnica per emettere la ricetta elettronica dematerializzata, non può rilasciare direttamente l’impegnativa valida per il servizio sanitario.
La delibera stabiliva quindi che deve essere il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta a formalizzare la prescrizione su indicazione del collega privato.
In pratica, il medico di famiglia riceve una “ricetta bianca” con i codici e le tempistiche e deve obbligatoriamente compilare la prescrizione ufficiale, inserendo la dicitura di “prescrizione suggerita”.
La delibera regionale riportava:
“Il medico operante in una struttura privata accreditata che non sia autorizzato alla prescrizione tramite sistema DEMA provvede comunque alla prenotazione della prestazione demandando – per il tramite del paziente – al MMG/PLS la formalizzazione della prescrizione.
Il MMG è quindi tenuto a compilare la prescrizione con l’indicazione “ALTRO” e/o con la classe di priorità appropriata, apponendo il flag di “prescrizione suggerita” “.
I Medici di famiglia si sono opposti a quell’obbligo a fare ricette copia-incolla.
La protesta dei camici bianchi
Questo automatismo non è piaciuto agli Ordini provinciali dei medici di Roma, Latina, Frosinone, Rieti e Viterbo, che hanno deciso di fare ricorso al Tar del Lazio.
Secondo i rappresentanti dei medici, supportati anche dalla Federazione Nazionale (Fnomceo), l’amministrazione regionale ha superato i propri limiti.
La tesi dei camici bianchi è netta: la prescrizione non è un atto burocratico, ma una competenza medica esclusiva, diretta e non delegabile.
Riporta infatti il Codice di Deontologia medica:
“La prescrizione a fini di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione è una diretta, specifica, esclusiva e non delegabile competenza del medico, impegna la sua autonomia e responsabilità e deve far seguito a una diagnosi circostanziata o a un fondato sospetto diagnostico.”
Obbligare quindi un medico di famiglia a firmare una richiesta decisa da un altro dottore crea un corto circuito.
Per gli Ordini, la Regione Lazio ha sacrificato l’autonomia e la dignità dei professionisti sull’altare della tracciabilità informatica delle ricette.
La difesa della Regione Lazio
La Regione Lazio si è difesa in giudizio sostenendo che i medici hanno interpretato la norma in modo strumentale ed errato.
Secondo i legali della Pisana, l’atto ha una natura esclusivamente organizzativa e punta a garantire i livelli essenziali di assistenza, eliminando il fenomeno dei “primi accessi” fantasma che intasano i computer delle prenotazioni.
Nelle memorie difensive, la Regione Lazio ha spiegato che la dicitura “prescrizione suggerita” non è un vincolo gerarchico ma un modo per tracciare il percorso del paziente.
La difesa ha sottolineato che il medico di famiglia mantiene comunque il dovere di valutare il quadro clinico prima di firmare, potendo teoricamente rifiutare la prescrizione se ritenuta dannosa o incongrua.
Si tratterebbe, secondo la Regione Lazio, di una modalità tecnica di raccordo tra professionisti per evitare che il cittadino resti penalizzato dai limiti tecnologici di alcune strutture private.
La decisione del Tar: la libertà prescrittiva non si tocca
I giudici della Terza Sezione Quater del Tar del Lazio hanno dato ragione ai medici di famiglia, annullando la delibera regionale nella parte contestata.
I magistrati hanno messo in chiaro un principio cardine della sanità:
“La prescrizione non è un atto meramente amministrativo ma costituisce un atto professionale tipico, espressione diretta della funzione diagnostica e terapeutica, riservata in via esclusiva al medico abilitato”.
La sentenza spiega che la pubblica amministrazione può sicuramente organizzare i servizi e imporre adempimenti, ma non può spingersi fino a limitare la libertà di scelta diagnostica e terapeutica del medico.
Esaminando il testo della delibera, il Tar ha rilevato che l’uso di espressioni come “il medico è tenuto a compilare” indica chiaramente un obbligo.
Questo significa che la facoltà di scelta del medico di famiglia viene sostanzialmente annullata, creando un “automatismo prescrittivo che svuota completamente la funzione del medico”.
Il paradosso del doppio controllo
I giudici amministrativi hanno anche smontato la tesi difensiva della Regione Lazio, evidenziando come l’impianto della delibera avrebbe comunque portato a un paradosso logico e operativo.
Se si accettasse l’idea della Regione, ovvero che il medico di famiglia non è un automa e conserva la libertà di rifiutare la ricetta, si creerebbero due scenari problematici.
Nel primo caso, se il medico di famiglia convalida semplicemente la scelta del medico privato, si avrebbe una inutile doppia validazione dello stesso esame, appesantendo la burocrazia per risolvere un limite informatico della Regione.
Nel secondo caso, se il medico di famiglia si trovasse in disaccordo con lo specialista privato e decidesse di non firmare la ricetta, la prenotazione già effettuata dal paziente verrebbe cancellata. Questo provocherebbe un blocco del sistema di cura e un allungamento dei tempi di attesa, l’esatto contrario di ciò che la delibera si proponeva di ottenere.
Per queste ragioni, l’atto della Regione Lazio è stato bocciato.
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