La sentenza, divenuta definitiva il 15 luglio, riporta:
“La patologia “carcinoma gastrico” di cui è affetto il ricorrente è stata da lui contratta a seguito delle missioni da lui svolte nei Balcani, con un’invalidità complessiva del 65%”.
I giudici gli hanno riconosciuto benefici economici per un valore complessivo di circa 300mila euro, oltre agli assegni vitalizi previsti dalla normativa.

La missione in Kosovo
Per più di tre decenni Nunzio Santucci ha prestato servizio nell’Aeronautica Militare, ricoprendo incarichi operativi e di comando.
Nel corso della carriera è stato comandante di compagnia presso il Ministero della Difesa a Roma e ha successivamente guidato il Gruppo Difesa dell’aeroporto di Djakovica, in Kosovo, nell’ambito della missione internazionale “Joint Guardian”.
In quel contesto il suo compito era garantire la sicurezza del contingente italiano impegnato nell’area balcanica, pochi anni dopo il conflitto del 1999.
Il carcinoma diagnosticato nel 2013
La vita dell’ufficiale è cambiata nel 2013, quando gli è stato diagnosticato un carcinoma gastrico.
La malattia ha reso necessario un primo intervento di gastrectomia subtotale, con l’asportazione di parte dello stomaco.
Negli anni successivi Santucci ha dovuto affrontare altri due interventi chirurgici a causa delle complicanze della patologia. Ancora oggi convive con le conseguenze della malattia e con la necessità di continui controlli medici.
Le condizioni ambientali in Kosovo
Uno degli elementi centrali della decisione del Tribunale riguarda il contesto operativo nel quale i militari italiani prestarono servizio.
Secondo quanto emerso dalle testimonianze raccolte durante il processo, l’aeroporto di Djakovica presentava ancora i segni dei bombardamenti del 1999. Nell’area erano presenti mezzi militari distrutti, residuati bellici, polveri e terreni sconvolti dalle esplosioni.
Anche l’acqua utilizzata dal contingente per l’igiene personale e per la preparazione dei pasti proveniva da falde ritenute contaminate.
La consulenza tecnica d’ufficio ha definito quel teatro operativo
“particolarmente provante ed eccezionale rispetto alle ordinarie condizioni di servizio”
evidenziando la presenza di contaminazione da nanoparticelle generate dalle esplosioni di materiale bellico contenente uranio impoverito, oltre ad amianto e metalli pesanti.

Il riconoscimento di Vittima del Dovere
Alla luce degli accertamenti, il Tribunale di Velletri ha riconosciuto a Santucci lo status di Vittima del Dovere e un’invalidità permanente complessiva del 65%.
La sentenza gli attribuisce il diritto alla speciale elargizione prevista dalla legge, agli arretrati maturati e agli assegni vitalizi che continuerà a percepire per tutta la vita.
Il valore economico complessivo dei benefici è stimato in circa 300mila euro, oltre all’inserimento nella graduatoria nazionale delle Vittime del Dovere.
Il principio affermato dalla sentenza
La decisione ribadisce un principio già affermato in materia di patologie tumorali contratte da militari impiegati in territori contaminati.
Secondo il Tribunale, non è necessario dimostrare con assoluta certezza scientifica il rapporto di causa-effetto tra esposizione e malattia.
È invece sufficiente accertare che il servizio sia stato svolto in aree caratterizzate da particolari condizioni ambientali e operative a rischio e che successivamente sia insorta la patologia.
Una volta dimostrati questi elementi, spetta all’amministrazione fornire un’eventuale prova contraria, operando una presunzione del collegamento tra l’esposizione durante il servizio e la malattia.
Le parole del legale
Soddisfazione è stata espressa dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e difensore dell’ex ufficiale.
«Dietro questa sentenza non c’è soltanto un importante principio giuridico. C’è la storia di un ufficiale che ha dedicato oltre trent’anni della propria vita allo Stato e che oggi porta sul proprio corpo le conseguenze di quelle missioni.
Il Tribunale ha riconosciuto una verità che per troppo tempo è rimasta senza risposta: Nunzio Santucci si è ammalato servendo il proprio Paese.
Questa decisione restituisce dignità a lui e rappresenta un precedente importante per tutti i militari che hanno operato nei Balcani e attendono ancora giustizia».
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