È questa la novità che emerge dagli ultimi atti del Comune di Pomezia: i lavori sono arrivati al traguardo, il collaudo tecnico-amministrativo è stato approvato e l’intervento può considerarsi formalmente chiuso.
Dopo anni di procedure, affidamenti, varianti, proroghe e verifiche, il complesso del Borgo Santa Rita esce finalmente dalla lunga stagione del cantiere.
Ma proprio adesso comincia la parte più politica, quella meno visibile nei computi e nei certificati: trasformare un bene recuperato in un luogo vivo, utile, riconoscibile per la comunità.

Come funziona il sequestro e riutilizzo
La normativa italiana in materia di contrasto patrimoniale alle mafie è imperniata sul Codice Antimafia (D.Lgs. 159/2011) e sulla storica Legge n. 109/1996.
Le norme puntano a disarticolare le organizzazioni criminali privandole delle ricchezze accumulate illecitamente per restituirle alla collettività attraverso il riutilizzo pubblico e sociale.
Una volta che i beni immobili passano definitivamente allo Stato sono gestiti dall’ANBSC (Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati).
Questi beni vengono trasferiti prioritariamente ai Comuni, che hanno il compito di destinarli a fini istituzionali, a servizi di welfare o all’offerta di alloggi per fasce sociali svantaggiate.
Un bene confiscato che attende una missione
Gli immobili sequestrati a Pomezia si trovano a Borgo Santa Rita, nell’area confinante Martin Pescatore, in via del Mare, e rientrano nel programma di riqualificazione urbana nato attorno al cosiddetto Bando Periferie.
Il progetto parlava chiaro: recuperare strutture sottratte alla criminalità organizzata e restituirle a una funzione pubblica, sociale, civile.
Nel tempo, attorno al Borgo Santa Rita sono state indicate più destinazioni possibili: reinserimento socio-lavorativo, sostegno a persone fragili, percorsi per donne vittime della tratta, attività laboratoriali, agricoltura sociale, iniziative culturali e servizi legati alla disabilità.
Una cornice ampia, ambiziosa, coerente con il valore simbolico del bene.
La domanda inevitabile: chi lo farà vivere?
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Ora però il punto non è più il cemento, ma la gestione. Chi entrerà in quegli spazi? Un soggetto del Terzo settore? Una rete di associazioni? Un affidamento pubblico? Un progetto comunale diretto? E soprattutto: con quali tempi, risorse e obiettivi misurabili?
Un bene confiscato non rinasce davvero quando finisce il cantiere, ma rinasce quando apre le porte, quando produce servizi, quando diventa presidio, lavoro, accoglienza, presenza quotidiana.
Borgo Santa Rita porta con sé un messaggio più grande: ciò che era stato sottratto alla legalità può tornare alla comunità. Ma questo passaggio richiede una scelta chiara, pubblica, comprensibile.
Il cantiere è finito. Gli immobili sono pronti. La fase nuova, forse la più importante, è appena iniziata.
Borgo Santa Rita può diventare un simbolo concreto di riscatto urbano e sociale. Ma perché ciò accada serve l’ultimo miglio: sapere chi se ne prenderà cura e per quale finalità.
I casi a Pomezia, Ardea, Anzio…
Nel quadrante del litorale romano, l’impatto di questa legge è evidente.
Nel Comune di Pomezia, ville storiche (come quelle situate in via Cincinnato e via Misurina) o terreni agricoli precedentemente in mano ai clan sono stati formalmente acquisiti al patrimonio dell’ente territoriale per essere riconvertiti a fini sociali.
Parallelamente, nelle vicine Ardea e Anzio, colpite da pesanti indagini per infiltrazioni mafiose e spaccio, i recenti maxi-sequestri di complessi societari, sale scommesse e appartamenti rappresentano la base per nuovi progetti di riscatto e legalità territoriale in favore delle comunità locali.
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