Una truffa fatta di identità rubate, documenti falsificati con precisione e una collaudata rete di complicità familiari con base a Latina.
I giudici della Suprema Corte hanno pronunciato la parola fine sui ricorsi presentati dagli imputati, confermando l’impianto accusatorio già convalidato dalla Corte d’Appello.
Il verdetto è stato netto. La Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. Ha perciò confermato le condanne e una sanzione di 3.000 euro ciascuno da versare alla Cassa delle Ammende, oltre al pagamento delle spese processuali.
Il finanziamento ottenuto con una falsa identità
Per capire l’intricato raggiro bisogna fare un passo indietro nel tempo, fino al marzo 2017. L’operazione parte con un classico furto di identità: vengono presi i dati di un ignaro cittadino salernitano e vengono create due carte d’identità completamente false (nei timbri e nelle proroghe). Su questi documenti viene però applicata la foto del “regista” della truffa.
Con la falsa identità, l’uomo si presenta alla filiale della società finanziaria Pitagora S.p.A. ottenendo un finanziamento di 24.667,71 euro e aprendo contestualmente un conto carta ricaricabile alla Deutsche Bank dove far erogare la somma.
La spartizione dei soldi sulle PostePay di parenti in provincia di Latina
Una volta incassato il denaro, scatta la seconda fase del piano: far sparire il malloppo prima che la finanziaria si accorga dell’inganno. Nel giro di poche ore, il conto principale viene completamente svuotato attraverso una raffica di bonifici verso 8 carte PostePay.
A chi appartenevano queste carte? A una rete di parenti e congiunti radicata nel territorio pontino tra Latina e Terracina: sei persone tra i 29 e i 64 anni.
Il meccanismo era ben congegnato: una volta prelevati e incassati i contanti, gli imputati andavano sistematicamente dai Carabinieri a sporgere denuncia di “smarrimento” della carta PostePay, nel tentativo di crearsi un alibi e giustificare i movimenti sospetti.
La giustificazione degli imputati : “non sapevamo”
In sede di appello e poi in Cassazione, i difensori degli imputati hanno cercato di smontare il processo puntando su due aspetti principali:
- La foto non corrisponde: Sostenevano che il volto sul documento falso (confrontando naso e sopracciglia) non fosse esattamente quello dell’imputato principale.
- “Non sapevamo della truffa”: I familiari sostenevano che il semplice fatto di aver ricevuto un bonifico sulla propria PostePay non dimostrava la loro consapevolezza (il dolo) che a monte ci fosse una truffa fatta con documenti falsi.
La Cassazione: tutti colpevoli
La Corte di Cassazione ha però smontato queste tesi, fissando concetti molto chiari:
- Il riconoscimento è valido: Il riconoscimento fotografico fatto a suo tempo dai Carabinieri è stato ritenuto del tutto attendibile e solido. Piccole sfumature a distanza di anni non cancellano le prove lette nell’immediato.
- Il principio del “Cui Prodest” (A chi giova?): I giudici hanno chiarito che non ci si trova di fronte a bonifici casuali o isolati. Muovere i soldi della truffa su carte di parenti stretti nel giro di poche ore, prelevarli e poi correre a fare finta denuncia di smarrimento dimostra che tutti gli attori sapevano benissimo cosa stessero facendo ed erano d’accordo fin dall’inizio (concorso nel reato).
- Non è stata fornita una giustificazione valida per i bonifici: Nessuno degli imputati è stato in grado di fornire una spiegazione alternativa o una ragione lecita (come un lavoro o un’attività commerciale) per l’arrivo di quei soldi. In assenza di una motivazione valida, il quadro della Procura rimane inattaccabile.
La Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi presentati dagli imputati.
Confermate le condanne per chi era gravato da recidiva, mentre per gli altri imputati – per i quali in appello era scattata la prescrizione per i reati di truffa e sostituzione di persona – restano comunque confermate tutte le responsabilità civili: dovranno risarcire i danni alla finanziaria truffata.
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