La richiesta conferma, per il secondo anno consecutivo, che la crisi idrica che travolge i Castelli Romani e il quadrante sud della provincia di Roma, comprendente Ardea e Pomezia, non può più essere liquidata come una semplice emergenza estiva.
Parliamo di un’area che dal 2009 è sottoposta a misure straordinarie per la crisi delle falde, con il divieto di realizzare nuovi pozzi o modificare quelli preesistenti.
Acea torna a chiedere altri 150 litri al secondo
La nuova istanza è arrivata alla Regione Lazio il 7 luglio. Acea Ato 2 chiede di aggiungere altri 150 litri al secondo ai 360 già concessi, portando il prelievo massimo potenziale a 510 litri al secondo, H24.
L’acqua dovrebbe alimentare gli acquedotti Simbrivio e Doganella, essenziali per una vasta parte della provincia romana meridionale. Per ora la Regione Lazio ha soltanto aperto il procedimento amministrativo: l’aumento non è stato ancora autorizzato.
Nel 2025 Acea annunciò l’acqua a singhiozzo
Non è la prima volta. Nel 2025 Acea ottenne la stessa quantità aggiuntiva, con un’autorizzazione temporanea valida fino al 30 novembre.
In quell’occasione fu messa nero su bianco un’alternativa pesantissima: senza il prelievo straordinario sarebbero state necessarie riduzioni della pressione e turnazioni capaci di coinvolgere circa 350mila abitanti.
Persino con il via libera, l’acqua a singhiozzo sarebbe rimasta in circa tre Comuni dei Castelli Romani, mai indicati pubblicamente. Il razionamento, dunque, non era un rischio teorico, ma una misura già inserita nei piani del gestore.
L’emergenza provvisoria è diventata un sistema
La concessione del 2025 fu presentata come una misura eccezionale, giustificata dalla siccità, dalla riduzione delle sorgenti e dalla necessità di evitare interruzioni.
Dodici mesi dopo, però, Acea torna a chiedere la stessa quantità d’acqua. L’eccezione comincia così ad assomigliare alla regola.
Nel 2025 si ricorse alle sorgenti del Pertuso per evitare il peggio. Nel 2026 viene riproposta la medesima soluzione: aumentare i prelievi da una sorgente montana che alimenta anche il fiume Aniene e che si trova a sua volta in forte sofferenza.
La crisi idrica diventa strutturale
Una seconda richiesta consecutiva non dimostra scientificamente che la crisi sia irreversibile. Dimostra però un fatto politico difficilmente contestabile: il sistema idrico ordinario non riesce più a garantire con sicurezza l’approvvigionamento nei periodi più difficili.
Non un nuovo acquedotto già disponibile e neppure una rete finalmente risanata, ma un altro prelievo straordinario. La crisi definita temporanea nel 2025 si ripresenta nel 2026 con gli stessi numeri e le stesse sorgenti.
L’acqua dirottata verso i Castelli Romani viene in pratica sottratta al sistema idrico dell’Aniene. E i Comuni e le società di quella zona non ne sono certo entusiasti.
Nel 2025, infatti, il Sì della Regione arrivò nonostante l’opposizione di Legambiente Tivoli e Italia Nostra Aniene e prevedeva anche indennizzi alle società elettriche per l’acqua sottratta alla produzione idroelettrica.
Ora tutto ricomincia. Il nuovo avviso, tuttavia, non chiarisce ancora per quanto tempo Acea intenda utilizzare l’acqua aggiuntiva né quali Comuni rischino concretamente nuove turnazioni.
I laghi Albano e Nemi sono al collasso
Nel frattempo i laghi Albano e Nemi restano il volto più evidente della crisi idrica. I loro livelli continuano a scendere e sono ormai ai minimi storici.
Le istituzioni hanno riconosciuto la necessità di ridurre il peso dei pozzi Acea che intercettano le falde collegate ai due bacini, ma alle dichiarazioni non sono seguiti interventi risolutivi.
I documenti individuano un grosso pozzo nell’area idrogeologica del Lago Albano, collegato a una condotta in corso di ristrutturazione al costo di 2,2 milioni di euro e destinata a servire undici Comuni dei Castelli Romani, e altri cinque pozzi nell’area del Lago di Nemi.
Sulla vicenda pende anche un’interrogazione del senatore Marco Silvestroni, rimasta però da circa un anno senza risposta.

I pozzi devono essere spenti, ma l’acqua serve ancora
Il punto è feroce nella sua semplicità: se questi sei pozzi stanno contribuendo a prosciugare i laghi Albano e Nemi e le falde dei Colli Albani non riescono più a sostenere gli attuali prelievi, significa che la risorsa idrica locale è arrivata al limite.
L’acqua prelevata nell’area dei due laghi deve quindi essere sempre più integrata con quella dei grandi sistemi acquedottistici.
Proprio per questo Acea torna a chiedere altri 150 litri al secondo al Pertuso, trasferendo la pressione ambientale dai Castelli Romani ai Monti Simbruini e Lucretili e alla valle dell’Aniene.
Ardea e Pomezia, stesso destino idrico dei Castelli Romani
Ardea e Pomezia non sono nominate direttamente nel nuovo avviso regionale sul Pertuso, ma rientrano nello stesso gigantesco riassetto idrico.
Il futuro dei campi pozzi Laurentino e Pescarella, che alimentano i due Comuni, è stato messo in discussione. Negli enti locali è emersa l’ipotesi di rifornire maggiormente il litorale attraverso i sistemi provenienti dai Castelli Romani.
Il rischio è quello di spostare semplicemente la sete: ridurre le fonti locali di Ardea e Pomezia e chiedere altra acqua a un sistema dei Castelli già costretto a cercare soccorso a decine di chilometri di distanza.
Sulla crisi incombe l’inceneritore di Gualtieri
Su questo territorio assetato e in emergenza idrica da diciassette anni, Roberto Gualtieri e Acea stanno costruendo l’inceneritore di Roma-Santa Palomba, progetto da 7,5 miliardi di euro che dovrebbe bruciare 600mila tonnellate di rifiuti ogni anno.
L’impianto è collocato, dal punto di vista idrogeologico, sulle falde acquifere dei Colli Albani e dei laghi Albano e Nemi. Verrebbe quindi alimentato anche con l’acqua dello stesso territorio già in sofferenza.
Sul reale fabbisogno idrico del mega-impianto esistono inoltre due cifre profondamente differenti, al centro di una battaglia destinata a finire davanti ai giudici.
Acea e il sindaco Gualtieri sostengono che il fabbisogno industriale esterno sarà di circa 10mila litri l’ora.
La ricostruzione è contestata dai cittadini e dalle associazioni contrarie all’inceneritore.
Negli esposti, nelle denunce e nel ricorso presentato al Tribunale superiore delle acque pubbliche, che sarà discusso il prossimo 4 novembre, i ricorrenti sostengono che il consumo reale dell’inceneritore potrebbe arrivare a 29mila litri ogni ora: quasi il triplo rispetto al dato indicato dalla società.
Fino a 254 milioni di litri ogni anno
Se questa stima fosse confermata, 29mila litri l’ora equivarrebbero a 696mila litri al giorno.
Con un funzionamento continuo, ventiquattr’ore su ventiquattro e 365 giorni all’anno, il consumo potenziale arriverebbe a circa 254 milioni di litri ogni dodici mesi.
È questo il dato che rende lo scontro ancora più duro. Acea chiede altri 150 litri al secondo alle sorgenti del Pertuso per tenere in equilibrio gli acquedotti e, contemporaneamente, continua a prelevare acqua nelle aree dei laghi Albano e Nemi.
Sullo stesso territorio intende inoltre realizzare un impianto industriale che, secondo i ricorrenti, potrebbe consumare ogni anno una quantità stratosferica di acqua.
Il progetto prevede, secondo le contestazioni dei comitati, anche l’utilizzo di quattro pozzi in un’area in cui dal 2009 non si possono scavare nuovi pozzi né modificare la destinazione di quelli preesistenti.
Prima i cittadini, poi il mega-impianto
È qui che la strategia di Acea e Gualtieri mostra tutta la sua contraddizione.
Ai cittadini viene chiesto di risparmiare acqua. I Comuni vietano il riempimento delle piscine, il lavaggio delle automobili e, in alcuni casi, persino l’irrigazione di orti e giardini.
Nello stesso momento Acea torna a spremere le sorgenti del Pertuso per evitare turnazioni e riduzioni della pressione, mentre sul territorio viene aggiunto un mega-impianto energivoro e climalterante che avrà comunque bisogno di una fornitura idrica continua.
Acea chiarisca quanto consumerà davvero
Prima di concedere un solo litro in più, la Regione Lazio dovrebbe pretendere da Acea risposte pubbliche e precise.
Quanta acqua manca realmente?
Quali Comuni rischiano le turnazioni?
Quanta acqua viene persa dalle reti?
Perché un’emergenza presentata come temporanea nel 2025 si ripresenti identica nel 2026?
Deve soprattutto essere chiarita la distanza tra i dati sull’inceneritore.
Diecimila o 29mila litri ogni ora non sono una differenza marginale. Sono quasi il triplo e rappresentano milioni di litri all’anno sottratti a un equilibrio idrico già fragilissimo.
L’acqua non può diventare la toppa permanente
La seconda richiesta consecutiva al Pertuso segna un confine. Non siamo più davanti a un singolo provvedimento legato a un’estate eccezionalmente asciutta, ma a una crisi che torna puntualmente e minaccia Castelli Romani, Ardea, Pomezia e centinaia di migliaia di persone.
L’acqua destinata ai cittadini non può diventare la toppa permanente di un sistema che continua a chiedere deroghe.
E soprattutto non può essere utilizzata per sostenere il mega-inceneritore voluto da Gualtieri senza avere prima chiarito quanto consumerà davvero.
Perché se l’acqua comincia a mancare nelle case, se i laghi muoiono e i pozzi devono essere spenti, non si può chiedere ai cittadini di chiudere i rubinetti e poi destinare fino a 29mila litri l’ora per raffreddare l’inceneritore di Santa Palomba.
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