Il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio, con la sentenza n. 14332/2026 pubblicata il 19 agosto, ha respinto il ricorso della Italiana Distribuzione Audiotelevie (IDA) contro il rifiuto della Comunità montana e del Comune di Rocca di Papa di riavviare il procedimento del 2018, già bloccato una prima volta dai giudici.
Per Rocca di Papa significa che, allo stato attuale, quel progetto non riparte.
Due nuovi tralicci da 126 e 112 metri
E il progetto era tutt’altro che marginale. IDA lo aveva presentato il 12 giugno 2018 come intervento di “riordino e risanamento” di Monte Cavo Vetta.
Prevedeva la demolizione e rimozione delle infrastrutture esistenti, comprese strutture portantenne, shelter e container, per realizzare al loro posto due nuovi mega tralicci metallici alti circa 126 e 112 metri, con i relativi locali per gli apparati alla base.
La pratica era stata però dichiarata inammissibile dalla Comunità montana già nel luglio 2018.
Nel settembre 2019 anche il Comune di Rocca di Papa aveva confermato che gli atti collegati al progetto erano privi di effetti.
È proprio questo passaggio, avvenuto nel 2019, che oggi diventa decisivo.
IDA voleva far ripartire tutto dal 2018
La società non ha presentato un progetto nuovo, ha invece tentato di riportare in vita quello vecchio.
Dopo una precedente sentenza del TAR del maggio 2025, IDA aveva chiesto alla Comunità montana di riavviare e concludere il procedimento nato nel 2018.
L’ente aveva risposto il 3 luglio 2025 che non era possibile: quella pratica, secondo l’amministrazione, era già stata chiusa da anni.
IDA si era quindi rivolta nuovamente ai giudici, sostenendo che il procedimento dovesse invece essere ripreso.
I giudici del TAR del Lazio hanno ora stabilito che la Comunità montana aveva ragione.
Per i giudici quel procedimento era già morto
Il punto centrale della sentenza è netto: non esiste un procedimento del 2018 ancora pendente da portare a conclusione.
Secondo i giudici, la nota del Comune di Rocca di Papa del 17 settembre 2019 aveva già concluso quella vicenda confermando l’inammissibilità del progetto.
Neppure gli scambi di documenti avvenuti successivamente dimostrano, per il Tribunale, che l’istruttoria fosse rimasta aperta.
Anzi, anche la Città Metropolitana aveva indicato la necessità, ricorrendone le condizioni, di avviare eventualmente un procedimento “ex novo”.
Tradotto: la vecchia autorizzazione non può essere semplicemente riesumata.
Cosa significa per la vetta di Monte Cavo
L’effetto per Rocca di Papa è concreto: attraverso quella pratica non potranno partire i due nuovi tralicci da 126 e 112 metri che avrebbero cambiato ancora una volta il profilo della vetta.
Il TAR del Lazio non ha però stabilito che su Monte Cavo non potrà mai essere presentato un nuovo progetto. E la sentenza del 19 agosto è ancora suscettibile di appello.
Per questo il “definitivo” riguarda soprattutto la sorte della vecchia pratica amministrativa: il prossimo eventuale terreno di scontro può diventare il Consiglio di Stato.
Per ora, dunque, Monte Cavo resta com’è. E per una delle vette paesaggisticamente e storicamente più importanti dei Castelli Romani non è un dettaglio.
Una montagna soffocata dai tralicci
Monte Cavo non è una collina qualsiasi sulla quale installare nuove infrastrutture, come alcuni vorrebbero farla passare. È la cima del Mons Albanus, luogo simbolico dell’antico Lazio e area sottoposta a vincoli paesaggistici e compresa nel Parco regionale dei Castelli Romani.

Ed è, allo stesso tempo, una vetta il cui panorama è stato segnato per decenni da tralicci, box e impianti radiotelevisivi.
Proprio da questa situazione nasceva l’idea del “riordino”: eliminare molte strutture esistenti e concentrare gli apparati in due grandi torri.
Ma quelle torri sarebbero state alte 126 e 112 metri.
Ed è questa la fotografia che lascia la sentenza del 19 agosto: il vecchio progetto che avrebbe ridisegnato ancora una volta lo skyline di Monte Cavo resta chiuso nel cassetto.
Rocca di Papa, almeno per ora, conserva la sua vetta senza i due nuovi giganti, ma con ancora quel groviglio di antenne, che continuano a perdere in tribunale da decenni, ma che continuano a stare lì.
La società IDA ha facoltà di presentare ricorso al Consiglio di Stato, secondo e ultimo grado della Giustizia, contro tale sentenza di primo grado.
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