I giudici hanno ritenuto che quei contenuti superassero i limiti della critica legittima e potessero danneggiare la reputazione dell’associazione e dei suoi rappresentanti. Il ricorso presentato da Calvani è stato quindi respinto.
Un caso che ‘fa scuola’ in tutta Italia per la valutazione del limite oltre il quale non ci si può spingere sui social
I video Instagram contro Coldiretti
La vicenda riguarda alcuni contenuti pubblicati sui social network da Calvani, esponente del movimento C.R.A. Agricoltori Traditi e indicato nella sentenza anche come leader del movimento “I Forconi”.
Al centro dell’inchiesta ci sono tre episodi di presunta diffamazione. Due riguardano video pubblicati su Instagram. Un terzo riguarda una diretta trasmessa su Facebook.
Secondo quanto ricostruito dal Tribunale del riesame di Roma, nei contenuti Calvani aveva rivolto espressioni offensive nei confronti di Coldiretti e dei suoi vertici. Per i giudici, non si trattava soltanto di una contestazione dura dell’operato dell’organizzazione agricola.
Le parole utilizzate, valutate anche nel contesto complessivo dei video, avrebbero infatti superato il limite entro il quale una critica, anche molto aspra, resta tutelata dalla libertà di espressione.
Il Tribunale aveva quindi disposto il sequestro preventivo attraverso l’oscuramento di due video ancora disponibili su Instagram.
Perché i video sono stati oscurati
Il provvedimento non riguarda tutti i contenuti contestati allo stesso modo.
Il Tribunale del riesame aveva infatti ritenuto necessario intervenire soltanto sui due video che risultavano ancora presenti online.
La loro permanenza sui social, secondo i giudici, comportava il rischio che le dichiarazioni continuassero a essere viste e condivise da un numero potenzialmente molto ampio di persone.
È proprio la capacità di diffusione dei social network ad avere avuto un peso nella decisione.
La sentenza parla di un pericolo «concreto e attuale» di aggravamento delle conseguenze del reato, proprio «tenuto conto della diffusività dello strumento impiegato».
In altre parole, per i giudici non era sufficiente considerare il fatto che le frasi fossero state pronunciate in passato. Finché i video rimanevano accessibili, quelle dichiarazioni potevano continuare a raggiungere nuovi utenti.
Calvani: era “Diritto di critica”
Calvani ha contestato la decisione davanti alla Corte di Cassazione.
La sua difesa ha sostenuto innanzitutto che le sue dichiarazioni dovessero essere considerate nell’ambito della sua attività politica e di denuncia.
L’obiettivo, secondo la ricostruzione contenuta nel ricorso, era quello di portare avanti una battaglia su temi di interesse sociale, con particolare riferimento alle presunte frodi legate ai fondi della Politica agricola comune dell’Unione europea.
Per la difesa, dunque, le espressioni contestate non sarebbero state attacchi personali, ma avrebbero fatto parte di una polemica più ampia sull’attività di Coldiretti.
Da qui il richiamo al diritto di critica, che consente di esprimere anche giudizi molto severi sull’operato di altre persone o organizzazioni.
La difesa aveva contestato anche la presenza di un concreto pericolo legato alla permanenza dei video online.
La critica è libera, ma non senza limiti
La Cassazione parte proprio da questo punto. I giudici ricordano che la libertà di critica è tutelata dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Criticare, spiegano, significa esprimere un’opinione o un giudizio su una condotta o su un’affermazione altrui.
Un’opinione, proprio perché è un giudizio personale, non deve necessariamente essere neutrale o formulata in modo asettico.
La parola magica: “Continenza”
La sentenza chiarisce quindi che la critica può essere anche dura, sferzante e fortemente orientata.
Esiste però un limite. È quello della cosiddetta continenza, cioè del modo in cui la critica viene espressa.
Non ogni parola offensiva fa automaticamente scattare una responsabilità per diffamazione. I giudici devono guardare al contesto e valutare se i toni utilizzati siano funzionali alla critica oppure se diventino un’aggressione personale e gratuita.
La Cassazione sottolinea che anche espressioni oggettivamente offensive possono essere ammesse quando siano realmente necessarie per esprimere il concetto e non abbiano alternative equivalenti.
Ma non possono trasformarsi in una
«gratuita e immotivata aggressione dell’altrui reputazione».
Il contesto non basta a giustificare le offese
Nel caso di Calvani, però, la Cassazione ha ritenuto corretta la valutazione già fatta dal Tribunale del riesame.
Secondo i giudici, le affermazioni contenute nei video non potevano essere ricondotte integralmente all’esercizio del diritto di critica. Il problema non era quindi il semplice fatto che Calvani avesse contestato duramente l’operato di Coldiretti.
Il punto era il modo in cui lo aveva fatto.
La Suprema Corte ha considerato logica e coerente la motivazione del Tribunale, che aveva esaminato le espressioni utilizzate all’interno del loro complessivo contesto. Da quella valutazione era emerso, secondo i giudici, un contenuto diffamatorio che andava oltre la normale polemica.
La sentenza parla di una
«ingiustificata aggressione all’immagine e alla credibilità»
dell’associazione di categoria e dei suoi esponenti.
Per la Cassazione, quindi, il richiamo generico alla libertà di critica non è sufficiente a giustificare qualsiasi linguaggio utilizzato in una battaglia politica o sociale.
Il ruolo dei social
Un elemento importante della decisione riguarda anche il mezzo utilizzato per diffondere le dichiarazioni.
I video erano stati pubblicati su Instagram e almeno due risultavano ancora disponibili sul web. Questo elemento ha avuto un peso specifico nella conferma del sequestro.
La diffusione attraverso una piattaforma social permette infatti a un contenuto di raggiungere rapidamente un pubblico molto ampio. Un video può essere visualizzato anche a distanza di tempo dalla sua pubblicazione e può essere condiviso o rilanciato.
Per questo il Tribunale aveva ritenuto ancora attuale il rischio di ulteriori conseguenze dannose.
La Cassazione ha condiviso questa valutazione. Calvani, secondo i giudici, non aveva fornito nel ricorso argomenti specifici capaci di mettere in discussione la conclusione del Tribunale sulla permanenza dei video online e sulla loro capacità di raggiungere nuovi utenti.
Respinta anche la questione sulla competenza
Nel ricorso c’era anche una contestazione relativa al luogo in cui il procedimento avrebbe dovuto essere trattato.
Calvani sosteneva che il caso dovesse essere seguito dal Tribunale di Latina e non da quello di Roma. Secondo la difesa, non vi sarebbe stato un unico disegno alla base dei diversi episodi contestati e quindi non ci sarebbe stata una ragione per collegare i procedimenti.
La Cassazione ha respinto anche questo argomento.
Il Tribunale del riesame aveva ritenuto che i diversi episodi fossero collegati da un medesimo disegno e che fossero stati commessi in un arco temporale ristretto, tra febbraio e maggio 2024.
Tra gli episodi presi in considerazione c’era anche una contestazione relativa a un fatto avvenuto a Roma il 15 febbraio 2024, durante una manifestazione.
Trattandosi di reati della stessa gravità, i giudici avevano individuato come criterio quello del reato commesso per primo. E il primo episodio era avvenuto proprio a Roma.
La Cassazione ha considerato corretta questa ricostruzione, osservando che la difesa si era limitata a negare genericamente l’esistenza di un unico disegno senza spiegare in modo concreto perché quella valutazione fosse sbagliata.
La decisione della Cassazione
Alla fine, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso presentato da Danilo Calvani e ha confermato il provvedimento impugnato.
Restano quindi validi gli effetti del sequestro preventivo disposto dal Tribunale del riesame, con l’oscuramento dei due video Instagram ancora presenti online.
La Cassazione ha inoltre condannato Calvani al pagamento delle spese processuali.
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