La maxi discarica di Roma-Tor Tignosa, proposta nel 2025 e ribattezzata “Malagrotta bis”, è bloccata dal “No” della Regione Lazio e da una sentenza del TAR, contro la quale pende un ricorso al Consiglio di Stato, e allora la Città Metropolitana, guidata da Gualtieri, riapre proprio nello stesso sito una “discarica” per 600mila tonnellate di terre e rocce da scavo.
Siamo in un terreno proprio davanti al quartiere pometino di Roma 2 e davanti alla scuola Fabrizio De Andrè.
Una destinazione che, per posizione e caratteristiche, riaccende inevitabilmente i riflettori sul legame con le necessità del vicino cantiere dell’inceneritore ACEA.
Il nuovo atto scoperto dalla nostra testata
La novità emerge dalla Determinazione dirigenziale numero 3884 del 18 agosto, pubblicata il 21 agosto e firmata da Paola Camuccio, dirigente ambientale della Città Metropolitana di Roma Capitale, proprio l’ente guidato dal sindaco metropolitano Roberto Gualtieri.
Il provvedimento adotta l’Autorizzazione unica ambientale in favore della società SEIPA per l’impianto di via della Solforata, a Tor Tignosa.
Formalmente si parla di “attività di cava e di recupero ambientale”. In termini concreti, l’operazione prevede – almeno per ora – di riempire le aree scavate utilizzando rifiuti non pericolosi costituiti da terre e rocce da scavo.
Seicentomila tonnellate davanti a Pomezia
I numeri sono scritti nella relazione tecnica richiamata dalla Determina: 600mila tonnellate. Una quantità superiore alla capacità del VII invaso della discarica di Albano, pari a “sole” 500mila tonnellate.
Il tetto autorizzato è di 150mila tonnellate l’anno. Se utilizzato interamente, significa almeno quattro anni di conferimenti con migliaia di tir.
La localizzazione è sempre quella: territorio comunale di Roma, ma praticamente davanti al quartiere Roma 2 di Pomezia e a soli 200 metri, in linea d’aria, dall’Istituto comprensivo Fabrizio De André, appena ampliato e ristrutturato dal Comune di Pomezia.
L’AUA avrà una durata di 15 anni dal rilascio da parte del SUAP (Sportello Unico per le Attività Produttive), fatte salve le scadenze delle autorizzazioni comunali collegate all’attività di recupero.
Una “discarica” che ufficialmente non si chiama così
Tecnicamente non si tratta della “vecchia” discarica Malagrotta bis del 2025 – progetto, tra l’altro, sollecitato alla Regione Lazio da Gualtieri in qualità di Commissario straordinario per il Giubileo 2025 – che torna in vita.
L’autorizzazione riguarda un’operazione “R10” di recupero ambientale e ammette soltanto – almeno per ora – terre e rocce da scavo identificate con il codice EER 17 05 04.
Ma, per chi abita davanti al sito, la differenza rischia di apparire soprattutto burocratica: sempre di rifiuti si tratta, sempre dall’esterno devono arrivare e sempre all’interno dell’ex cava devono essere collocati. Cambiano quantità e codici, non la pressione esercitata sul territorio.
L’ombra del cantiere dell’inceneritore ACEA
La Determina non afferma che le terre arriveranno dal cantiere dell’inceneritore ACEA di Santa Palomba. Questo collegamento, dunque, non rappresenta ancora una destinazione formalmente stabilita.
Ma il problema politico resta sul tavolo: il grande cantiere dell’inceneritore promosso da Gualtieri produce ingenti quantità di terre e materiali polverosi, che devono essere trasportati verso impianti autorizzati.
Secondo quanto denunciato poche settimane fa dai comitati locali, alcuni camion seguiti all’uscita dall’area del cantiere sarebbero stati osservati mentre scaricavano materiali in siti ritenuti abusivi.
La vicenda è ora sul tavolo del Procuratore di Roma, Francesco Lo Voi. Si tratta di una segnalazione che richiede verifiche da parte degli organi competenti, ma che rende ancora più delicata la riapertura di Tor Tignosa.
La domanda diventa inevitabile: il “recupero ambientale” SEIPA finirà per offrire proprio lo sbocco che oggi manca alle terre prodotte dal cantiere dell’inceneritore ACEA?
Il precedente da oltre 5,5 milioni di tonnellate: Malagrotta bis
Il timore nasce soprattutto da ciò che è già accaduto.
Sul medesimo sito, nell’agosto 2025, SEIPA aveva presentato un progetto per una vera maxi discarica di rifiuti inerti da circa 4,45 milioni di metri cubi, equivalenti a oltre 5,5 milioni di tonnellate, distribuiti su più di 30 ettari.
Non si parlava però soltanto di calcinacci e scarti edilizi. Tra le tipologie richiamate figuravano anche ceneri, scorie da incenerimento e fanghi industriali, come aveva documentato la nostra testata.
Una sorta di “Malagrotta bis” nel quadrante già destinato a ospitare l’inceneritore ACEA voluto da Gualtieri.
I terreni interessati, secondo le ricostruzioni catastali e societarie già pubblicate dalla nostra testata, risultano riconducibili anche a una società collegata al Vaticano.
Prima la Regione, poi il TAR. In attesa del Consiglio di Stato, Gualtieri non si ferma
Quel progetto ha incontrato due stop.
Con la Determinazione G01059 del 30 gennaio 2026, la Regione Lazio ha concluso negativamente la Conferenza dei servizi e archiviato il procedimento. Tra i nodi decisivi figuravano la vicinanza alla scuola e ai nuclei abitati.
SEIPA si è rivolta al TAR del Lazio, ma il ricorso è stato respinto con la sentenza numero 8566 del 10 maggio 2026. Il “No” regionale, quindi, è rimasto in piedi.
La società ha poi presentato appello al Consiglio di Stato, davanti al quale la vicenda risulta ancora pendente.
Il grande dubbio di Roma 2 e della scuola Fabrizio De André
La nuova autorizzazione pubblicata il 21 agosto dalla Città Metropolitana guidata da Gualtieri non fa automaticamente rinascere la discarica da 5,5 milioni di tonnellate: i due procedimenti hanno oggetti, quantità e regimi giuridici differenti.
Eppure, per la seconda volta in un anno, Roma 2 e la scuola Fabrizio De André si ritrovano davanti allo stesso interrogativo: Tor Tignosa resterà un recupero limitato alle terre non pericolose oppure questo primo via libera aprirà la porta a qualcosa di più grande?
La vecchia maxi discarica è stata fermata, salvo eventuali sorprese dal Consiglio di Stato. Ma, nello stesso luogo e mentre il Consiglio di Stato deve ancora pronunciarsi, tornano – con il via libera della Città Metropolitana guidata da Gualtieri – i rifiuti, i tir e un’autorizzazione lunga, lunghissima: 15 anni nella stessa identica area.
Ed è proprio qui che il recupero ambientale smette di essere soltanto una pratica amministrativa e torna a diventare un caso politico.
Il passato indica i grossi rischi potenziali
I dubbi sul futuro dell’area sono leciti. Del resto, come accaduto di recente con il progetto del maxi impianto di biogas di Roma previsto proprio davanti a Pomezia, appena bloccato dal Consiglio di Stato, non stupirebbe se una futura e classica “variante” della Città Metropolitana e/o della Regione Lazio facesse crescere a dismisura le attuali 600mila tonnellate e ampliasse contestualmente il numero delle categorie di rifiuti ammesse, fino a trasformare l’impianto in qualcosa di “infinito”.
Purtroppo in passato spesso si è avuta questa ‘evoluzione’ negli impianti di smaltimento rifiuti, sempre giustificati dall’emergenza che dura da decenni.
Soprattutto, nel settore dei rifiuti sembra valere sempre la stessa regola: niente è impossibile per le grandi lobby del settore.
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