Gli attivisti dell’Unione dei Comitati contro l’inceneritore hanno filmato, nel corso di due nottate, operai e ruspe impegnati a rimuovere presunto amianto e a raccoglierlo in enormi sacchi.
Il materiale, secondo la denuncia presentata dall’Unione, sarebbe rimasto sepolto per decenni nel terreno.
Una discarica abusiva che sarebbe stata già nota all’Arpa, con anche una precisa mappatura che ora sarebbe anche all’attenzione della Procura di Roma.
Il condizionale è d’obbligo perché al momento non abbiamo potuto consultare direttamente i documenti relativi a questa vicenda.
La presenza, la natura e la quantità dell’amianto dovranno naturalmente essere accertate attraverso campionamenti, analisi e verifiche ufficiali.
Le prime due giornate di lavori
L’allarme arriva direttamente dall’Unione dei Comitati contro l’inceneritore.
Secondo la ricostruzione degli attivisti, le operazioni sarebbero iniziate venerdì 18 settembre, quando alcuni maxi-sacchi sono stati spostati all’interno dell’area.
Il giorno successivo, sabato 19, dopo che la vicenda era ormai diventata pubblica, i lavori sarebbero ripresi nel pomeriggio e sarebbero proseguiti anche in questo secondo caso fino a notte inoltrata.
Le immagini raccolte con telefoni cellulari e riprese dall’alto mostrerebbero operatori con tute bianche integrali, ruspe, mezzi in movimento e numerosi sacchi, specifici per amianto e materiali speciali pericolosi, accumulati nel cantiere.
Per l’Unione si tratta delle prime due giornate di un’attività che potrebbe non essere ancora terminata e sulla quale gli attivisti chiedono ora piena chiarezza.
Un’area scelta senza preventivi controlli
La denuncia riguarda anche la storia del terreno.
Secondo quanto ricostruito dall’Unione dei Comitati, negli anni Sessanta e Settanta una parte dell’area sarebbe stata utilizzata come discarica.

Una circostanza che, sempre secondo gli attivisti, sarebbe stata conosciuta sul territorio e avrebbe dovuto suggerire controlli approfonditi prima di dare il via agli scavi per il nuovo impianto.
La contestazione politica è netta: prima di movimentare la terra con mezzi pesanti sarebbe stato necessario accertare che cosa si trovasse nel sottosuolo, delimitare le eventuali zone contaminate e predisporre procedure di rimozione pienamente tracciabili.
«Decine di tonnellate movimentate con le ruspe»
Secondo la denuncia, le ruspe avrebbero movimentato decine di tonnellate di materiale potenzialmente contaminate con amianto, successivamente sistemato all’interno di enormi sacchi.

È l’accusa più grave avanzata dall’Unione e richiede riscontri tecnici indipendenti: fotografie e filmati possono documentare operazioni, mezzi e contenitori, ma non bastano da soli a certificare la composizione di tutto ciò che è stato rimosso.
Almeno fino a domenica 20 settembre, riferisce l’Unione, i grandi sacchi sarebbero rimasti accatastati all’interno del cantiere. E altri potrebbero aggiungersi nei prossimi giorni, qualora le operazioni di scavo e rimozione proseguissero.
Proprio per questo i Comitati chiedono l’intervento della Procura di Roma, di Arpa Lazio e degli altri organi competenti: occorre verificare la natura del materiale, le modalità di scavo, il rispetto delle misure di sicurezza e la futura destinazione dei sacchi.
Lepidini, dall’addio al Pd alla battaglia da cittadino
A rilanciare la denuncia è anche Alessandro Lepidini, ex assessore all’Ambiente del Municipio IX ed ex esponente del Partito democratico.

Nel novembre 2022 lasciò l’incarico proprio perché contrario all’impianto di Santa Palomba, definendo la propria posizione uno di quei «principi non negoziabili».
Oggi Lepidini interviene come semplice cittadino e punto di riferimento dell’Unione dei Comitati, chiedendo che
«venga fatta piena luce sulle operazioni compiute nell’area, senza zone grigie né risposte burocratiche».
Il nodo politico investe direttamente il Campidoglio: il cantiere riguarda l’opera più discussa della consiliatura Gualtieri ed è affidato a un raggruppamento guidato da Acea, società controllata al 51% da Roma Capitale.
Se anche soltanto una parte delle contestazioni trovasse conferma, la questione assumerebbe una portata ambientale e istituzionale enorme.
La pioggia e il rischio di dispersione
L’Unione sostiene inoltre che l’area interessata dalle operazioni sarebbe rimasta esposta alle piogge successive senza una protezione ritenuta adeguata.
Il timore è che l’acqua possa avere contribuito a disperdere eventuali sostanze contaminanti nel terreno circostante.
Anche questa circostanza dovrà essere accertata dai tecnici.
Dopo la denuncia, però, non possono bastare rassicurazioni generiche: servono campionamenti, documenti sul materiale rimosso, tracciabilità dei sacchi e una ricostruzione completa delle attività svolte in queste prime due giornate.
Urgentissimo escludere contaminazioni
La nuova segnalazione si inserisce in un quadro già pesante.
L’Unione dei Comitati afferma di avere raccolto per oltre due mesi fotografie e filmati relativi al trasporto di terreno proveniente dal cantiere.
Secondo gli attivisti, molti carichi sarebbero stati scaricati abusivamente in cave e altri terreni del Municipio IX, oltre che in differenti territori della provincia di Roma.
Ora il nuovo allarme sull’amianto solleva una domanda ancora più preoccupante: se durante quei due mesi fosse stata movimentata e trasportata anche terra contaminata, potrebbero essere state interessate altre aree oltre al cantiere di Santa Palomba?
Non esistono, al momento, elementi sufficienti per affermarlo. Il dubbio, però, resta e richiede accertamenti urgenti.
Il video con il drone
Ad alimentare ulteriormente l’allarme sono le riprese realizzate da un drone che ha realizzato un filamato per ilCaffè.tv sabato mattina.
Ad alimentare ulteriormente l’allarme sono le riprese realizzate da un drone che ha realizzato un filamato per ilCaffè.tv sabato mattina.
Le immagini mostrano tre grandi cumuli sotto i quali, secondo l’Unione dei Comitati, potrebbero trovarsi decine di tonnellate del materiale raccolto e sistemato nei maxi-sacchi.
Non esiste ancora una conferma analitica che tutto il materiale ripreso contenga amianto.
La consistenza dei cumuli, la presenza dei sacchi e la successione delle operazioni rendono però urgente un controllo indipendente, prima che lo stato dei luoghi venga nuovamente modificato.
L’ombra di Tor Tignosa davanti alla scuola
Sullo sfondo resta Tor Tignosa, dove la Città Metropolitana guidata da Gualtieri ha autorizzato un’attività definita di “recupero ambientale” per 600mila tonnellate di terre e rocce da scavo.
Il sito si trova davanti al quartiere Roma 2 di Pomezia e a circa 200 metri dalla scuola Fabrizio De André.
Gli atti non stabiliscono che in quell’area finiranno le terre provenienti dall’inceneritore: il collegamento, quindi, non può essere presentato come un fatto accertato.
Ma il dubbio politico resta, soprattutto dopo le denunce dell’Unione sui presunti scarichi effettuati per oltre due mesi in cave e terreni ritenuti non autorizzati.
Ora la parola passa alla Procura. Per Gualtieri la vicenda non può più essere liquidata come una semplice protesta contro l’impianto.
Prima ancora di bruciare i rifiuti di Roma, il Campidoglio deve spiegare che cosa sia stato trovato e movimentato nella terra di Santa Palomba.
Dove siano finiti i materiali trasportati nei mesi scorsi. E quali controlli siano stati effettuati per impedire che un possibile problema ambientale si estendesse ad altri territori.


















