L’interdittiva era stata emessa dal prefetto Pecoraro tenendo conto che provvedimento analogo, per la Pontina Ambiente, era già stato preso nel 2006 e alla luce soprattutto di quanto emerso in “Cerrenopoli”. Accusato di aver messo in piedi un’associazione per delinquere, volta a monopolizzare il business della monnezza nel Lazio, e di traffico illecito di rifiuti, Manlio “Il Supremo” Cerroni era stato arrestato. E insieme a lui erano stati colpiti da ordinanza di custodia cautelare il supervisore della società di Albano, Giuseppe Sicignano, i responsabili del Tmb, Mauro Zagaroli e Bruno Guidobaldi, e la consigliera della società, Italia Magnante. All’azienda erano stati inoltre sequestrati 10,9 milioni di euro. Un quadro che aveva portato il prefetto ad emettere l’interdittiva antimafia. Ma quel provvedimento era stato subito annullato dal Tar, considerando “carente il presupposto costituito dall’ordinanza di custodia cautelare” e gli “elementi inidonei a giustificare la valutazione prefettizia di permeabilità mafiosa dell’impresa e la conseguente emissioni del provvedimento antimafia”. Il Viminale non si è arreso. Ha fatto appello. E dopo tre anni è riuscito a far valere le sue ragioni. Il Consiglio di Stato, annullando la sentenza del Tar e ripristinando così l’interdittiva, ha sottolineato la “particolare insidiosità della condotta tenuta dal gruppo imprenditoriale, secondo modalità operative illecite in grado di coinvolgere pubblici funzionari e di distoglierli dall’imparziale esercizio della loro funzione”. Per i giudici, inoltre, la società del gruppo Cerroni, nel tempo, si sarebbe avvalsa anche di soggetti “contigui od organici al mondo della criminalità organizzata di stampo mafioso”. L’interdittiva emessa dalla Prefettura di Roma è stata così ritenuta “pienamente giustificata dalla valutazione di permeabilità mafiosa”.
Il gestore dell'impianto Tmb di Albano
Ripristinata l’interdittiva antimafia per la Pontina Ambiente
Sulla Pontina Ambiente srl piomba nuovamente l’interdittiva antimafia. Il provvedimento, adottato tre anni fa dall’allora prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, dopo gli arresti nell’inchiesta “Cerronopoli”, è stato ripristinato dal Consiglio di Stato, che ha accolto l’appello del Ministero dell’Interno e bocciato le sentenze con cui il Tar del Lazio aveva salvato le aziende del “Supremo”. L’ennesimo colpo per la società che gestisce la discarica e l’impianto di trattamento rifiuti ad Albano, già al tappeto dopo l’incendio che a giugno ha distrutto il Tmb.
03/03/2017
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