Un’intera sezione di popolazione che si potrebbe riassumere nella richiesta di Michele, che sembra quasi una preghiera: “Permetteteci di amare, le videochiamate non ci bastano piu’. Per favore“.
Al dover sopportare uno stress ‘da isolamento’ tanto prolungato nel tempo, si aggiunge adesso anche l’essere “costretti a subire le conseguenze della Fase 1, quando già si sente l’aria e si respira la possibilità e l’aspirazione della libertà connessa alla Fase 2”, commenta Massimo Di Giannantonio, presidente eletto della Societa’ italiana di psichiatria (Sip), intervistato dalla Dire. E in termini di conseguenze “comincia ad esserci un moto di insofferenza e frustrazione legato al tempo trascorso, alle mie riserve di pazienza che si sono esaurite, e alla mancanza di senso che” i singoli individui cominciano “ad attribuire al perdurare di queste limitazioni così severe”.
Il cinguettio di Giulio sembra confermare la riflessione dello psichiatra: “Ma dei congiunti fuori regione non ne parla nessuno? È frustrante davvero… vedi gente correre, fare assembramenti, aperitivi sui navigli e riapriamo le chiese. Io boh”. Non a caso, ricorda lo psichiatra “spesso questo periodo e’ stato equiparato da molti commentatori a degli arresti domiciliari senza condanna penale”. E ora, persone “innocenti che per ragione di un interesse pubblico piu’ importante sono state ridotte agli arresti, vedono con sempre maggiore insofferenza e difficoltà il dover accettare limitazioni alle frequentazioni dei parenti, ancorché questi parenti siano in un’altra regione”.
Con il tempo, l’impedimento “di incontrarsi”, anche se “in totale sicurezza e in assolute condizioni di salute e di prevenzione, è un qualcosa che appare sempre piu’ privo di senso” agli occhi degli individui. Ma, a detta del presidente della Società italiana di psichiatria, non c’e’ alcun dubbio riguardo al fatto che “una manciata di giorni in più non trasformerà dei cittadini esemplari in delinquenti devianti. Bisogna ricordare che gli italiani hanno dato grande dimostrazione di senso civico e di responsabilità sanitaria e sociale”. È proprio dalla responsabilità, infatti, che parte la riflessione di Angelica: “Non siamo dei turisti e non vogliamo andare a spasso per l’Italia. Non vedo il mio ragazzo dal 14 gennaio, lui in Piemonte io in Basilicata. Continuo a vedere gente che sta in giro, mentre io sono costretta a soffrire, io come tanti”. E aggiunge: “Quindi se ho una relazione da 4 anni ma il mio ragazzo è fuori regione non posso raggiungerlo. Se la mia famiglia vive a 20 minuti di distanza in una regione confinante, tantomeno. Ma il cugino di sesto grado a 3 ore da casa si…ok…”.
Se, come riflette lo studioso, i cittadini non si riverseranno tra le regioni come cavalli impazziti alla rincorsa dei parenti, allora appare notevole lo scollamento tra gli atti reali e i cinguettii sui social. Per Di Giannantonio la spiegazione è semplice: “I social fungono come uno sfogatoio, in quei luoghi si danno parole e toni alle proprie emozioni. Ma non per questo, come per i pazienti che non riescono a controllarsi, poi si avra’ un passaggio all’atto, che rappresenterebbe in sostanza un autolesionismo o un autoaggressione”. D’altro canto permane sicuramente una buona dose di “diffidenza e una certa insofferenza riguardo le istituzioni– conclude- Ed e’ sempre legata alla frustrazione, alla difficoltà, come anche alla noia, che si prova nelle condizioni di arresti domiciliari”.























