STAFFETTA MARINO-RAGGI
Il riferimento è appunto alle sterzate dei 5stelle sul patrimonio immobiliare del Comune. E, per essere più precisi, su quello indisponibile: immobili con cui il Campidoglio non potrebbe fare cassa. Può bensì assegnarli in concessione ad associazioni e enti no-profit, in cambio di un canone abbattuto fino all’80%. Le concessioni di questo tipo, a Roma, avevano raggiunto quota 800. Tra gli immobili interessati, alcuni sono centri sociali che svolgono attività culturali, altri ancora sono invece spazi gestiti da onlus che si occupano di diritti civili, di supporto alle famiglie e di servizi alla persona. Insomma, le categorie più disparate. E che finirono tutte, e in maniera quasi indiscriminata, nel calderone di Affittopoli e nelle indagini della procura della Corte dei Conti. Per poi essere travolte dall’onda d’urto della famosa ‘delibera 140’ sul riordino del patrimonio comunale, varata cinque anni dell’amministrazione targata Ignazio Marino. Una linea che la giunta Raggi ha sposato a pieno nella prima metà di mandato, contribuendo al allungare la folta lista di cartelle milionarie e di associazioni messe sotto sfratto, con l’avvio di procedure di riacquisizione in autotutela. Posizione politica figlia di quella fazione ortodossa dei 5stelle della prima ora, appiattita sulla posizione dei bandi a tutti i costi.
LA RETROMARCIA
La messa a bando di tutte le concessioni scadute, come prevede la delibera Marino, rischierebbe di tagliare fuori diverse realtà associative radicate nei quartieri, che per anni hanno creato reti sociali consolidate attorno agli spazi gestiti. Molte, infatti, non avrebbero le risorse economiche per competere in una gara pubblica. Ma da quando la stessa Corte dei Conti ha cassato la maggior parte dei procedimenti aperti dalla sua procura generale, riconoscendo la funzione sociale delle associazioni e giudicando perciò legittimi i canoni agevolati, l’amministrazione Raggi ha cominciato a fare marcia indietro sul rinnovo delle concessioni. Così all’interno del Movimento ha cominciato a prender piede il fronte meno oltranzista, che ora strizza l’occhio alle associazioni. Tant’è che, su spinta della Sindaca e dell’assessora al Patrimonio Valentina Vivarelli, l’Ente ha congelato diverse riacquisizioni e ha introdotto una sorta di moratoria nella bozza del nuovo regolamento sulla concessione del patrimonio disponibile, approdata tre mesi fa in discussione in commissione capitolina. In soldoni, chi è regola con i canoni, potrà vedersi rilasciare un rinnovo della concessione senza passare per un bando.
IL COMPROMESSO
Ma, nello stesso tempo, proprio nello schema di regolamento comunale avanzato dalla maggioranza capitolina si celano anche le pressioni dell’altra corrente, meno sensibile alle istanze del terzo settore. Nella bozza in discussione in commissione Patrimonio, si parla di ‘valorizzazione’ anche per i beni immobiliari indisponibili destinati a fini sociali. Che, nel gergo amministrativo, significa affidare in gestione secondo criteri di maggiore economicità, e quindi a prezzi di mercato, immobili che erano destinati a fini sociali. Che, quindi, verrebbero convertiti in patrimonio disponibile. Non è una forzatura normativa: leggi nazionali sulla razionalizzazione della spesa e del patrimonio pubblico lo consentono, soprattutto se a braccetto con un partenariato pubblico-privato volto a riqualificare edifici e spazi. Tuttavia, anche se in parte presa in ragione del cappio stretto attorno ai conti pubblici della Capitale, non si tratta di una scelta squisitamente amministrativa, ma anche politica. Che ha infatti aperto un nuovo fronte di scontro con le associazioni. Una cosa è certa: su un tema scottante come quello della gestione della cosa pubblica, il m5s romano non vuole scontentare nessuno. Né le fazioni interne, né i diversi bacini di voti. Del resto, le elezioni sono dietro l’angolo.

























