Nessuno di questi Enti a suo tempo si unì alla causa legale avviata da altri Comuni che chiesero di ricevere l’intera somma inizialmente prevista. Infatti, il problema sta nel fatto che nel 2004 il governo Berlusconi taglio del 70%. Contro questo taglio sono insorte all’epoca diverse amministrazioni locali. Non quelle vecchie di Latina, Cisterna e Nettuno.
La vittoria in appello è una bella notizia per quei comuni che, sotto l’egida dell’Ancin, hanno portato avanti fino in fondo questa battaglia ottenendo oggi un ristoro tra somma dovuta e interessi di quasi 118 milioni di euro. Tuttavia il Comune di Latina, come Nettuno e Cisterna, non ha ancora avviato alcuna azione giudiziaria relativa al recupero delle somme previste a titolo di compensazione degli oneri economici per i comuni siti di impianti nucleari.
Il Caffè ha provato ad avere lumi dalle precedenti Amministrazioni comunali di Cisterna e Nettuno, finora senza risposte concrete. A novembre 2017 l’unica a fornire qualche concreta indicazione fu l’attuale amministrazione di Latina, con l’Assessore all’ambiente Roberto Lessio il quale spiegò che la cosa più opportuna in quella fase era attendere la sentenza d’Appello per poi approntare la contromossa. «Anche su indicazione dell’Avvocatura del Comune abbiamo optato per tale strada – precisò Lessio -. Se in secondo grado i giudici confermeranno che ai Comuni va pagato il 100%, allora anche Latina potrà ricevere i fondi». Domandanmmo pure: e se il governo glieli negherà? «Faremo ricorso o istanza di ammissione alle compensazioni riconosciute agli altri – rispose l’Assessore Lessio – e se il Governo ci costringerà ad un nuovo contenzioso, ci dovrà dare anche gli interessi. Se poi non paga comunque, gli faremo un atto d’ingiunzione».
“Tutto ciò è fonte di un grave rammarico perché si tratta di un danno di diversi milioni di euro di mancati introiti per il Comune di Latina – tuona l’ex sindaco Vincenzo Zaccheo – oramai sono andate irrimediabilmente perdute diverse annualità di quel ristoro che verranno spartite tra i comuni attori del ricorso, lasciando Latina a bocca asciutta. Un errore tanto più grave perché proprio a Latina ha preso vita l’Ancin e proprio la nostra città è stata scelta quale sua sede nazionale”.
“Morale della storia è che la città di Latina pur ospitando una centrale nucleare che ne ha condizionato lo sviluppo per decenni, ora si trova a vedersi attribuiti una media di 850.000 euro a fronte di potenziali 2.700.000 euro – spiegano i consiglieri di opposizione Massimiliano Carnevale, Matteo Coluzzi , Vincenzo Valletta, Alessandro Calvi e Giovanna Miele -. Oltre alle decine di milioni di euro persi per gli arretrati. Quando Benedetto Croce parlava di “un governo degli onesti” e di Governo dei capaci, probabilmente aveva in mente proprio questo perché se pensiamo solo per un attimo quali benefici avrebbe potuto avere il nostro comune con tutti questi proventi probabilmente capiremmo ancora di più i danni che Coletta lascerà in eredità a questa città. Un’amministrazione comunale che perde 20 milioni di euro, dovrebbe andare a casa subito. Sul tema chiederemo la convocazione di una commissione Trasparenza così da far luce sulle effettive responsabilità”.
LATINA PUO’ ANCORA PRENDERE I SOLDI
L’amministrazione comunale di Latina guidata dal sindaco Coletta ricostruisce in maniera diversa quanto accaduto. A luglio 2016, a meno di un mese dall’insediamento del sindaco Coletta, si concluse il giudizio di 1 grado intentato da diversi comuni italiani, alcuni anche della nostra provincia, relativamente alla modalità di calcolo del ristoro nucleare a seguito dell’interpretazione di una disposizione di legge che, interpretando restrittivamente la normativa, di fatto, riduceva in misura significativa l’entità dell’importo dovuto ai Comuni.
“A quel giudizio, avviato nel 2007, le amministrazioni politiche e commissariale non intesero partecipare e, pertanto, la pronuncia di I grado del luglio 2016 non ci vide, nostro malgrado, parte in causa.
La sentenza, favorevole, rappresentò comunque l’occasione per valutare la situazione e attivarsi, inviando la messa in mora sospensiva dei termini (decennali) di prescrizione delle maggiori somme dovute dal 2007 in poi”., si legge in una nota del Comune. “La stessa sentenza di I grado, venne impugnata dalla parte soccombente (la Presidenza del Consiglio dei Ministri) e oggi la pronuncia della Corte d’Appello del 4 giugno scorso ha definito il giudizio confermando quanto disposto in primo grado. Riteniamo che opportunamente, il Comune abbia atteso la pronuncia in secondo grado premurandosi, attraverso l’interruzione dei termini, di non pregiudicare il diritto oggi riconosciuto alle controparti costituite ma, comunque, per analogia e salva l’eventuale revisione della Suprema Corte, presupposto perché anche Latina possa legittimamente agire per il proprio diritto”.






















