La sentenza, infatti, dice che in simili situazioni il gestore “ha l’obbligo di effettuare la parziale restituzione dei canoni”. Cosa che da tempo molti cittadini e il nostro giornale affermano, sostenuta ufficialmente e ribadita anche dal Garante regionale per il servizio idrico integrato del Lazio. «Trattandosi di un servizio pubblico dato dietro corrispettivo – è da anni la posizione del Garante, avvocato Raffaele Di Stefano – la qualità è elemento essenziale e concorre alla determinazione del prezzo, perciò dove viene servita acqua non utile per l’uso completo potabile e alimentare e viene vietata, va pagata meno». Non a caso il Tribunale amministrativo del Lazio a gennaio dell’anno scorso ha riconosciuto l’ingiustizia di far pagare a prezzo pieno l’acqua con arsenico oltre i limiti di legge (fermo restando che per la salute umana è bene che questo veleno sia assente) ed ha condannato i Ministeri dell’Ambiente e della Salute a rimborsare 100 euro a testa ad oltre 2.000 utenti. «Basta un po’ di pioggia in più o in meno – aggiunge Di Stefano, sottolineando che il problema dopo anni ancora non è risolto definitivamente – e le concentrazioni di arsenico si abbassano o si alzano. Interessante sarebbe anche aprire un dibattito serio sulle tecnologie utilizzate… Il problema qui non è più l’emergenza, ma è diventato strutturale, cioè mancano le infrastrutture e questa mancanza ha un nome e cognome: Autorità d’Ambito, cioè il Presidente di Provincia che coordina i Sindaci che devono stabilire gli interventi». Sempre dalla Tuscia, l’area in provincia di Viterbo anch’essa avvelenata da malagestione idrica e dall’arsenico, arriva un nuovo passo: centinaia di cause per risarcimento danni.
«Stiamo chiedendo che ci vengano risarciti complessivamente 1.650 euro a famiglia per danno materiale, inadempimento contrattuale e inosservanza delle leggi nazionali ed europee che determinano inadempimento del contratto – ci spiega Raimondo Chiricozzi, presidente del Comitato Acqua Potabile di Ronciglione (Vt) -. Per luglio dovrebbe partire la discussione delle cause, che finora sono state avviate da oltre 200 utenti». «Siccome sono parzialmente inadempienti, noi chiediamo di ridurre proporzionalmente il canone del 50%, in base ad un vecchia deliberazione del Cipe – ci dice l’avvocato Massimo Pistilli che cura le cause -; poi chiediamo anche il risarcimento del danno laddove riusciamo a dimostrare che l’utente ha dovuto sopperire con l’acqua minerale spendendo di più. Inoltre, stiamo facendo un’altra azione legale ad hoc per commercianti, cooperative e artigiani che utilizzano acqua per produzioni (bar, caseifici, ristoranti, imprese alimentari e simili) destinate al consumo umano e che hanno dovuto comprare il dearsenizzatore: quando lo comprano, noi facciamo causa al gestore per farcelo risarcire. Del resto il Comune mi dice di dearsenizzare l’acqua, io mi adeguo, però non è giusto che ci rimetta io e quindi chiedo di pagarmi il dearseniizatore». Infine, un’altra mossa che potrebbe avere risvolti ancor più clamorosi: «Stiamo preparando un’azione per violazione del diritto comunitario – anticipa il legale -, il riconoscimento di tale violazione davanti al giudice dà poi luogo ad automatico riconoscimento del danno a favore dell’utente e contro la Repubblica Italiana. In sostanza, stabilito che hanno fornito acqua non regolare secondo la normativa europea, dovranno risarcire l’utenza».
«Abbiamo chiesto risarcimento da “perdita di chances” – precisa l’altro avvocato del comitato, Riccardo Catini – ossia per il maggior rischio di contrarre malattie tumorali, come recentemente evidenziato dallo studio epidemiologico di Arpa Lazio; il danno non patrimoniale per la violazione del diritto alla salute garantito dalla Costituzione; oltre al danno patrimoniale per aver dovuto comprare l’acqua minerale. I gestori devono capire che è più conveniente fornire acqua potabile nelle case, come dice la legge e come avrebbero dovuto fare già da oltre 10 anni». Anche tra le province di Roma e Latina lo studio epidemiologico regionale ha rilevato più tumori e malattie nelle aree dove c’è più arsenico nelle acque. Ma sindaci e amministratori tacciono.























